Il Concilio ecumenico Vaticano II – con link alla registrazione originale dalla voce di Giuseppe Dossetti

Giuseppe Dossetti: Il Concilio ecumenico Vaticano II
(Prolusione all’inaugurazione dell’anno accademico 1994-95 dello Studio Teologico Interdiocesano di Reggio Emilia, 29.10.1994. In: Giuseppe Dossetti, Il Vaticano II. Frammenti di una riflessione, a cura di Francesco Margiotta Broglio, Il Mulino, 1996 – a cura dell’Istituto Regionale di Studi sociali e politici “Alcide De Gasperi” – Bologna)

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1. Tra i due roghi atomici di Hiroshima e Nagasaki, la conseguente resa incondizionata del Giappone il 2 settembre 1945 (che poneva fine ai sei anni della seconda guerra mondiale) e il primo annunzio del Concilio dato da Papa Giovanni il 25 gennaio 1959, passarono poco più di tredici anni.
In questi tredici anni si era ormai compiuta la ricostruzione, e il ricordo della guerra si era alquanto allievolito, ma non cancellato. A un tempo, però, si erano ancor più maturate e sviluppate tutte le enormi conseguenzè della guerra, cioè sì era confermata e accresciuta quella trasformazione epocale che la guerra ha segnato (1).
Nello stesso ambito della vita religiosa la guerra ha implicato tre conseguenze capitali:
– ha spalancato la strada al sionismo realizzato: al ritorno di milioni di ebrei alla terra dei padri e alla loro lingua e cultura, ponendo problemi del tutto nuovi, teorici e pratici, per le altre religioni e in particolare per il cristianesimo;
– ha segnato, con certe premesse economiche (petrolio) e sociali e nuove ideologie, il risveglio dei popoli arabi, non solo risveglio politico, ma anche ripresa espansionistica del messaggio religioso di cui essi sono portatori, provocando un nuovo dinamismo mondiale dell’islam;
– in terzo luogo ha innestato nuovi fermenti critici e nuove ricerche proporzionate all’interno dello stesso cristianesimo: con un bisogno profondo, se pure ancora latente, di adeguazione della sua vitalità e della sua irradiazione nel mondo nuovo ormai in avanzato travaglio.

2. I tredici anni trascorsi dalla fine della guerra mondiale al primo annunzio del Concilio hanno implicato anche per la Chiesa cattolica gravissime ripercussioni di questo enorme mutamento globale, che qualcuno forse avvertiva, ma che i più parevano ignorare ancora negli ultimissimi anni del pontificato di Pio XII. Anzi, forse si può arrivare a dire che proprio a questa ignoranza complessiva fu provvidenzialmente dovuta la nomina di Papa Giovanni: una figura lungamente emarginata nella Chiesa, solo molto recentemente accreditata dal successo della sua nunziatura parigina e del suo episcopato veneziano, e comunque già avanzato in età, sì da essere scelto intenzionalmente per un pontificato breve e di transizione.
Se i Cardinali avessero lucidamente considerato il complesso di problemi che in questa prima elezione, dopo la seconda guerra mondiale, si stavano ponendo alla Chiesa e al mondo, non avrebbero probabilmente eletto Angelo Giuseppe Roncalli, ma avrebbero cercato altri. La conferma, del resto, di questa generale inconsapevolezza è data oggi dalla pubblicazione delle risposte dei vescovi alla consultazione che di essi fu fatta non tanti mesi dopo, in preparazione del Concilio: risposte che nella totalità non lasciano intravvedere nessuna visione panoramica dei problemi e nessun approccio serio ai punti nodali del grande rivolgimento storico in corso, neppure da parte di coloro che poi nel Concilio emersero pian piano – per un dono dello Spirito Attualizzato dalla vastità mondiale del confronto e del dialogo reciproco – come le personalità più dotate e capaci di intuizioni vaste e di apporti validi.

2 / Credo che convenga insistere su questo punto: proprio per confutare una falsa interpretazione del Concilio, che tenderebbe ad attribuire certi mali o certe tendenze negative, rivelatesi poi, all’imprudenza e alle aperture del Concilio stesso, cadendo nel noto paralogismo: post hoc, ergo propter hoc (2).
Il vero è che nei tredici anni dalla guerra al Concilio erano maturate ormai tutte le caratteristiche più forti e determinanti, o più lamentate, dell’era attuale. Mi pare che alcune debbano essere espressamente accennate.
a) L’era planetaria o spaziale: con la relativa tendenza all’universalizzazione dei problemi (di tutti i problemi: economici, sociali, culturali) e alla  interdipendenza delle varie entità nazionali, politiche e culturali, con una forte prevalenza di qualche potenza egemone e con la relativa crescente dipendenza delle potenze piccole o medie.
b) L’era atomica: con i suoi immensi pericoli di catastrofi collettive, con la sempre più forte riduzione tecnica dei tempi decisionali e perciò la concentrazione sempre più avanzata del potere in pochissime mani, con la riduzione quasi allo zero delle possibilità di consultazione, di concorso e di
partecipazione altrui.
c) Il divario sempre più accentuato tra ricchi e poveri: con la disparità sempre crescente, e mai compensata, tra detentori e non delle nuove tecnologie, da cui dipendono tutti gli sviluppi industriali, economici, finanziari, per la pace e per la guerra.
d) L’evidenziarsi globale nell’occidente di una società opulenta che, mentre eleva e propone l’esempio di uno standard di vita sempre più largamente al di là dei bisogni vitali essenziali, e crea modelli sempre più accentuati di soddisfazione di bisogni superflui, sembra arroccarsi sempre più su se stessa e abbandonare, quasi senza finzioni, ad una marginalità depauperata di tutto interi popoli e paesi in Asia, in Africa e in America meridionale.
e) L’inasprirsi perciò della conflittualità in molte zone del mondo, con periodi alterni di distensione temporanea e per contro periodi di inasprimento delle crisi con pericolo imminente di estensioni più vaste: come fu, proprio alla vigilia della convocazione del Concilio, la crisi provocata dalla installazione di missili sovietici a Cuba, nel settembre 1962.
f) 11 diffondersi sempre più vasto e apparentemente irreversibile di nuovi costumi, ispirati a un permissivismo involgente a tutti i livelli della moralità, e in particolare la rivoluzione dell’etica sessuale e della vita familiare. A questo proposito è importante notare che i grandi classici della cosiddetta rivoluzione sessuale sono anteriori al Concilio, come lo precedono certi progressi sperimentali della genetica (e in ispecie la cosiddetta pillola).
g) La fragilità del diritto – e delle istituzioni preposte alla sua applicazione — in tutti i paesi, e in particolare già negli anni ‘50 la progressiva sostituzione, ad opera delle grandi imprese e particolarmente delle multinazionali, di organi privati di arbitrato alle pubbliche magistrature.
h) Il dissolversi della filosofia, che tende sempre più a rinunziare ai suoi campi forti (la metafisica) per ridursi sempre di più alle cosiddette scienze dell’uomo (psicologia, sociologia, antropologia culturale, filosofia del linguaggio, filosofia delle scienze, ecc.).
i) L’appropriazione da parte di certi teologi, già miziata anni prima del Concilio, di una quota di magistero spettante ai vescovi: certo dovuta a un evidente sconfinamento dei teologi, ma anche dovuta a una lunga serie di cause precedenti, e in particolare alla riduzione del ruolo episcopale a una funzione prevalentemente amministrativa, vieppiù confermata dai criteri adottati per la selezione e l’elezione dei vescovi.
l) La crisi del clero e delle vocazioni sacerdotali e religiose, certamente già iniziata in quasi tutti i paesi europei nel dopoguerra, prima ancora del Concilio, anche se si è manifestata in modo conclamato dopo il Concilio. E’ forse questo il punto sul quale, perciò, insiste con un’apparente maggiore verosimiglianza la critica anticonciliare.

3 / Mi permetto, però, di ribadire la mia idea, e cioè che anche per questa crisi erano già in atto prima del Concilio le cause più profonde e determinanti.
Posso al riguardo riferire un episodio. Quattro giorni prima dell’apertura della seconda sessione del Concilio, fui ricevuto in udienza da Paolo VI, eletto da tre mesi, per riferirgli ed illustrargli le modificazioni del regolamento del Concilio che avevo proposto tramite il Cardinale Lercaro, per correggere lacune e imperfezioni rivelatesi durante la prima sessione. Esaurito felicemente l’argomento, accorgendomi che il Papa disponeva ancora di qualche momento per me, ne approfittai per parlargli di quella che considerava la questione assolutamente più fondamentale in quel momento, cioè appunto le difficoltà crescenti che colpivano, a mio avviso, molta parte del clero e che costituivano la causa più grave del declino delle vocazioni sacerdotali e religiose in Europa e anche in altre parti del mondo. Paolo VI mi ascoltò molto interessato e pensoso.
3. Di tutti questi mutamenti intervenuti nel mondo e nella Chiesa, Papa Giovanni ebbe un’intuizione sintetica che, unita alla sua consapevolezza storica circa il modo con cui la Chiesa antica affrontava con i Concili le epoche di rinnovamento, gli fece balenare una luce improvvisa e pacata, e decidere con umile risolutezza (come egli stesso ebbe. a dire) la convocazione di un Concilio ecumenico.
A meno di cento giorni, precisamente novanta giorni, dalla sua elezione, ne diede il solenne annunzio ai Cardinali riuniti in S. Paolo di Roma il 25 gennaio 1959. Tratteggiando sommariamente le condizioni religiose della Chiesa romana da un lato, e della Chiesa universale dall’altro, soggiunse che tutto questo
Desta una risoluzione decisa per il richiamo di alcune forme antiche di affermazione dottrinale e di saggi ordinamenti di ecclesiastica disciplina, che nella storia della Chiesa, in epoca di rinnovamento, diedero frutti di straordinaria efficacia.
Così il Papa collegava la sua lettura dei segni dei tempi che la Chiesa attraversava con la sua convinzione relativa alla tradizione conciliare, come una forma che la storia della Chiesa ci ha insegnato e che pur sempre ha ottenuto ubertosi risultati (3).
E perciò riteneva che in un momento storico di eccezionale densità fosse necessario precisare e distinguere fra ciò che è principio sacro e Vangelo eterno, e ciò che è mutevolezza dei tempi (4).
Fermamente ispirandosi all’intima certezza che in mezzo a tante tenebre, indizi non pochi fanno bene sperare sulle sorti della Chiesa e dell’umanità (5).
Appare dunque chiaro che Papa Giovanni ha situato inequivocabilmente la decisione del Concilio in questo contesto epocale valutato sulla base di giudizi storici e, nel medesimo tempo, di intuizioni di fede, le cui conclusioni erano significativamente coincidenti.
Contro tutte le perplessità e le resistenze che ben presto gli vennero opposte da molte parti, e soprattutto dalla Curia romana, come se la sua decisione fosse stata precipitosa e irriflessa, egli continuò sempre ad opporre la sua umile risolutezza e a restare attaccato e fedele a quella prima idea [. . .] sorta quasi umile fiore nascosto nei prati: non lo si vede nemmeno, ma se ne avverte la presenza dal suo profumo (6).

4 / Sino alla solenne conferma fattane nella stessa Allocuzione inaugurale della grande assemblea, l’11 ottobre 1962: primo e improvviso fiorire nel nostro cuore e dalle nostre labbra della semplice parola di Concilio ecumenico (7)
Nello stesso discorso inaugurale afferma con autorità solenne che il Papa è ferito da insinuazioni di anime, pur ardenti di zelo, ma non fornite di senso sovrabbondante di discrezione e di misura e che egli perciò deve dissentire da codesti profeti di sventura che annunziano eventi sempre infausti, quasi che incombesse la fine del mondo.
In tale quadro, il Concilio è chiamato a compiere quest’opera: il sacro deposito della dottrina cristiana sia custodito e insegnato in forma più efficace

[. . .]

 Il nostro dovere non è soltanto di custodire questo tesoro prezioso [del sacro patrimonio di verità ricevuto dai Padri], come se ci preoccupassimo unicamente dell’antichità, ma di dedicarci con alacre volontà e senza timore a quell’opera, che la nostra età esige, proseguendo così il cammino che la Chiesa compie da venti secoli […] per un balzo innanzi verso una penetrazione dottrinale e una formazione delle coscienze [. . .] studiata ed esposta attraverso le forme dell’indagine e della formulazione letteraria del pensiero moderno [. . .]. Altra è la sostanza dell’antica dottrina del «depositum fidei», e altra la formulazione del suo rivestimento.
In conclusione Papa Giovanni indicava al Concilio la via di un magistero a carattere prevalentemente pastorale [… .] e (capace di) far fronte ai bisogni di oggi mostrando la validità della dottrina (della Chiesa) piuttosto che rinnovando condanne.
Così non sanzioni, ma usando piuttosto «la medicina della misericordia». E perciò il primato su tutto della carità: della carità più dilatata, abbracciante
l’unità dei cattolici fra di loro solidissima ed edificante; l’unità dei cristiani appartenenti alle varie confessioni dei credenti in Cristo [. . .] e l’unità degli appartenenti alle varie famiglie religiose non cristiane, che rappresentano la porzione più notevole di creature umane, redente anch’esse dal sangue di Cristo, ma non aventi ancora la partecipazione alla grazia e alla Chiesa di Gesù, di tutti Salvatore.
La sera di quello stesso giorno Papa Giovanni si affaccia sulla piazza di 5. Pietro e, alla folla che si è riunita festosa per solennizzare l’inizio del Concilio, effonde il suo animo pieno di una carità universale, si direbbe cosmica, come la lode di qualche salmo (per esempio il Salmo 147, 2-4) (8).

La mia voce è una voce sola, ma riassume la voce del mondo intero; qui di fatto tutto il mondo è rappresentato. Si direbbe che persino la luna si è affrettata stasera. Osservatela in alto, a guardare questo spettacolo. Gli è che noi chiudiamo una grande giornata di pace; sì, di pace: Gloria a Dio e pace agli uomini di buona volontà! Occorre spesso ripetere questo augurio. Soprattutto quando possiamo notare che veramente il raggio e la dolcezza del Signore ci uniscono e ci prendono, noi diciamo: Ecco qui un pregustamento di quella che dovrebbe essere la vita di sempre, di tutti i secoli, e della vita che ci attende per l’eternità.

5 / Ecco dunque come il cuore di Papa Giovanni ha concepito, ha pensato, ha voluto il Concilio: non tanto come un’assise normativa, ma piuttosto come uno spettacolo cosmico, un evento, un’anticipazione dell’eterna e universale liturgia, un grande atto di culto, di rendimento di grazie a Dio e di implorazione per tutti: per i fratelli in Cristo e per l’universa umanità.
Ma non così l’aveva riottosamente accettato e pensato la Curia: ma piuttosto come un’occasione di semplice conferma della sua autorità centrale e di indirizzi fissisti, con qualche variazione di minori modalità tecniche (secondo una formula espressa e ripetuta).
Perciò le molte decine di schemi preparatori elaborate dalle commissioni preconciliari e dalla commissione centrale preparatoria, durante quasi quattro anni, e comunicati solo in minima parte e negli ultimissimi mesi ai Padri (nonostante le sollecitazioni del Papa al riguardo), non potevano né corrispondere alle finalità fissate dal Papa per il Concilio, né al gradimento della maggioranza dei Padri conciiari.
Di qui un certo disorientamento iniziale dell’assemblea e la conseguenza che la prima sessione finì senza che nessuno schema venisse approvato.
Ma intanto i Padri ebbero modo di conoscersi, di responsabilizzarsi e di organizzarsi in raggruppamenti, avviando il processo più importante e più duraturo del Vaticano Il, la formazione cioè di una coscienza assembleare e collegiale e facendo uscire il vescovo medio dagli orizzonti ristretti ai quali era assuefatto per sentirsi effettivamente coinvolto nel servizio della Chiesa universale (9).
E d’altra parte il Papa, per conto suo, provvedeva con vari suoi atti alla concentrazione dei troppi schemi preparatori in venti argomenti, alla disciplina del lavoro durante l’intersessione, alla nomina per questo di una commissione permanente di coordinamento, a disporre un Ordo agendorum per il futuro e a ribadire i punti centrali della sua Allocuzione inaugurale. Il che consentì al Concilio di continuare ordinatamente i suoi lavori anche dopo la morte del Papa e la successione di Paolo VI: conservando, per quanto era possibile, l’ispirazione iniziale giovannea, e così restando, sia pure non in tutto e non sempre con piena coerenza, fedele al grande balzo in avanti (auspicato dalla Gaudet Mater Ecclesia) che doveva portare la Chiesa fuori dell’epoca tridentina e avviarla per nuove vie più conformi alle istanze ecclesiali, espresse e coltivate negli ultimi decenni, soprattutto dal movimento biblico, dal movimento liturgico e da quello ecumenico: e con questo rendere il sacro deposito sempre più efficace rispetto ai nuovi problemi e ai nuovi bisogni.

Date queste premesse – che ritenevo necessarie, e forse ancora insufficienti, per inquadrare minimamente gli esiti del Vaticano II – passiamo ora ad esaminare la portata intrinseca di qualcuno dei frutti che a me sembrano più rilevanti e più duraturi.
1) La riaffermazione anzitutto della dottrina trinitaria: non in modo semplicemente ripetitivo e tralatizio, ma con una formulazione originale, tanto compiuta e dispiegata che si può dire che, dopo i primi quattro Concili, non se ne può trovare un’altra pari. Nemmeno al Concilio di Unione di
Ferrara-Firenze. A questo riguardo si possono fare le seguenti osservazioni.
a) L’insistenza di questa riaffermazione è tanto più significativa perché il Vaticano II poteva facilmente dispensarsene, non volendo programmaticamente essere un Concilio dogmatico.
b) I loci propri di questa riaffermazione sono i preamboli di quasi tutti i documenti maggiori del Vaticano II: in qualcheduno, per esempio la Costituzione De Sacra Liturgia, n. 3 e 5-6 e la Costituzione De divina Revelatione, n. 2, in modo più sintetico; in qualche altro documento, per esempio la Costituzione De Ecclesia, n. 2-4, in modo più esteso e determinato; e infine in altro ancora, cioè il decreto Ad Gentes sull’attività missionaria, n. 2-4, in modo ancora più approfondito e maturo.
c) La ripresa trinitaria non è occasionale o solo rituale, ma è intenzionalmente voluta come premessa e fonte di tutto lo sviluppo impresso ad ogni documento: per il De Ecclesia in particolare è suggellata dalla conclusione, derivata da S. Cipriano (10), che la Chiesa universale si presenta come «un popolo adunato dall’unità del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo».
d) Non è condotta su argomenti speculativi, ma svolta quasi esclusivamente su dati scritturistici tra loro sapientemente coordinati, sì da delineare lo schema di una rivelazione trinitaria corrispondente alla storia della salvezza: parlando prima del disegno salvifico del Padre, e poi della missione del Figlio, e poi dell’opera santificatrice dello Spirito Santo.
e) Perciò in particolare il dogma triitario è strettamente ed espressamente connesso con l’altro capitale oggetto della nostra fede, cioè l’incarnazione del Figlio di Dio, egli stesso Dio preesistente ed eterno (Ad Gentes, n. 3).
f) Per lo Spirito Santo, è usata non l’attuale formula del Credo occidentale («lo Spirito Santo che procede dal Padre e dal Figlio»), ma la formula dei greci accolta al Concilio di Firenze, e cioè che «lo Spirito Santo procede dal Padre per Filium» (ibidem, n. 2) (11).
Orbene, questa affermazione conciliare della fede trinitaria così ripetuta, compatta, fontale per tutto il resto delle affermazioni del Vaticano II, appare non solo opportuna per arginare riduzioni erronee serpeggianti anche in campo cattolico (12) ma dimostra la sua attualità e vitalità per concepire tutto l’essere e l’agire del Cristo, della Chiesa, del cristiano. A prescindere da essa o eliminandone o riducendone la portata, non si può più parlare di fede cristiana in Gesù di Nazareth, né di Chiesa cristiana, né di cristiano.
2) Direi quindi che un frutto del Concilio sono state le importantissime innovazioni introdotte nella dottrina dell’esegesi cattolica dalla Costituzione Dei Verbum sulla Rivelazione.
Anzitutto l’introduzione del capitolo I De ipsa Revelatione, da tutti riconosciuto come l’insegnamento più innovatore e più riuscito del Vaticano II al riguardo: “Piacque a Dio, nella sua bontà e sapienza, rivelare se stesso e far conoscere il mistero della sua volontà” (Ef 1,9), mediante il quale gli uomini, per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, nello Spirito Santo hanno accesso al Padre, e sono resi partecipi della divina natura (Ef 2,18; 2 Pt 1,4). Con questa Rivelazione, infatti, Dio invisibile (Col 1,15; 1 Tm 1,17) nel suo immenso amore, parla agli uomini come ad amici (Es 33,11; Gv 15,14-15) e si
intrattiene con essi (Bar 5,38), per invitarli ed ammetterli alla comunione con sé (DV, n. 2).
In secondo luogo il Concilio ha messo in rilievo i due caratteri fondamentali di questa Rivelazione: cioè l’interpersonalità (rapporto complesso di comunione, di conoscenza e di amore tra Dio e l’uomo) e a un tempo la storicità della rivelazione stessa.

6 / Questa economia della rivelazione avviene per mezzo di gesti e di parole intrinsecamente connessi, cosicché le opere compiute da Dio nella storia della salvezza manifestano e confermano la dottrina e le realtà significate dalle parole, e le parole dichiarano le opere e chiariscono il mistero in esse contenuto. La profonda verità, poi, su Dio e sulla salvezza degli uomini, per mezzo di questa rivelazione risplende a noi nel Cristo, il quale è insieme il
mediatore e la pienezza di tutta la rivelazione (DV, n. 2).
Questo consente e insieme impone di superare una concezione ancora intellettualistica della Rivelazione come comunicazione di asserti astratti, a vantaggio, invece, di una concezione più completa, fatta di parole e di eventi, e culminante nell’evento unico e nella Parola unica di Gesù Cristo, Parola di Dio fatta carne, nella sua vita, morte e risurrezione, e nell’invio del suo Spirito di verità: nella sua storia tra noi, con noi, in noi (v. anche DV, n. 4).
Quindi sottomettersi alla storicità della Rivelazione e aderire pienamente al metodo storico non vuol dire solo attenersi alla storicità dei singoli fatti e alla tipologia dei vari testi della Scrittura come documento canonico della Rivelazione, ma vuol dire anche, inevitabilmente, riconoscere la singolarità irripetibile dell’evento di Cristo: Gesù Cristo diventa la misura valutativa suprema di tutti i grandi criteri attraverso i quali si cerca di comprendere le singole verità rivelate. E finalmente si deve e si può cercare Lui come ultima chiave ermeneutica, nell’intersezione a un tempo tra la Scrittura, i sacramenti e la vita della Chiesa.
Ancora e soprattutto il Concilio ha messo fortemente in evidenza la parte dello Spirito Santo, non solo nella ispirazione delle Sacre Scritture, ma anche in quelli che si possono dire i loro analoghi precedenti e i loro analoghi susseguenti (13).
La fede, in quanto risposta alla Rivelazione di Dio, è impossibile senza una mozione dello Spirito Santo:
A Dio che rivela, è dovuta l’obbedienza della fede [. . .]. Perché si possa prestare questa fede è necessaria la grazia di Dio che previene e soccorre, e gli aiuti interiori dello Spirito Santo, il quale muova il cuore e lo rivolga a Dio, apra gli occhi della mente, e dia a tutti dolcezza nel consentire e nel credere (ibidem, n. 5).
Così, nella dinamica della tradizione, lo Spirito Santo sorregge i diversi fattori storici progressivamente attualizzanti la Rivelazione.
Questa tradizione di origine apostolica progredisce nella Chiesa con l’assistenza dello Spirito Santo: cresce infatti la comprensione tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, sia con la riflessione e lo studio dei credenti, i quali le meditano in cuor loro, sia con l’esperienza data da una più profonda intelligenza delle cose spirituali, sia per la predicazione di coloro i quali con la successione apostolica hanno ricevuto un carisma sicuro di verità
(ibidem, n. 8).
Anzi, è lo Spirito Santo che introduce i credenti dentro tutt’intera la verità rivelata: Lo Spirito Santo, per mezzo del quale la viva voce del Vangelo risuona nella Chiesa, introduce i credenti dentro tutt’intera la verità, e in essi fa risiedere la Parola di Cristo in tutta la sua ricchezza (ibidem).
Perciò quanto all’interpretazione della Scrittura, dopo avere ancora ribadito e chiarito che l’interprete deve ricercare con attenzione che cosa gli agiografi in realtà hanno inteso significare – quindi tener conto fra l’altro dei generi letterari (come già prescriveva l’enciclica di Pio XII, Divino Afflante Spiritu del 30 settembre 1943) – contestualmente, nello stesso paragrafo, la Dei Verbum dichiara.

7 / Però [sed], dovendo la Sacra Scrittura essere letta e interpretata con l’aiuto dello stesso Spirito mediante il quale è stata scritta, per ricavarne con esattezza il senso dei sacri testi, si deve badare con non minore diligenza [non minus diligenter] al contenuto e all’unità di tutta la Scrittura, tenuto debito conto della viva tradizione di tutta la Chiesa e della analogia della fede (DV, n. 12).
Parole, queste, di immensa importanza, perché aprivano la via alla legittimazione della ricerca oltre il senso storico, anche del senso spirituale, in conformità alla migliore e pìu genuina ed equilibrata esegesi patristica.
Tale legittimazione del senso spirituale delle Scritture – contestato lungamente da molti per un monolitismo ermeneutico che insisteva al di là del debito sul senso storico letterale – ha raggiunto la sua pienezza nel recente documento della P. Commissione biblica del 15 aprile 1993, che è il primo in assoluto tutto dedicato alla interpretazione della Scrittura. Esso passa in rassegna in modo sistematico oltre che il metodo storico-critico (del quale conferma la validità e la necessità, ma anche dichiara l’insufficienza e la necessità di integrarlo con altri metodi) anche l’approccio semiotico, quello sociologico, quello antropologico-culturale, e quello psicologico e psicanalitico: cioè si apre con favore alle più recenti scienze del linguaggio e ad alcune nuove ermeneutiche
filosofiche, che affermano la polisemia dei testi scritti. E perciò giunge a evidenziare, a certe condizioni, non solo la legittimità ma la rilevanza significativa del senso spirituale della Scrittura.
Non possiamo abbandonare questo argomento senza rilevare la grande insistenza con la quale la Dei Verbum attribuisce una massima importanza alla Scrittura rispetto a tutte le scienze teologiche, e raccomanda la conoscenza abituale e la pia lettura della Bibbia a tutti i cristiani (14).
5. 3) Un terzo esito importante del Concilio è stata la revisione di tutta la materia liturgica e l’avviamento di una riforma organica e generale che si è esplicata negli anni immediatamente successivi. Può essere, però, che nella valutazione comune dei risultati in questo campo, non ci si metta dal punto di vista giusto. Come è accaduto anche nel sinodo straordinario celebrativo del Vaticano II, il sinodo cioè del 1985, sotto l’ottimismo ufficiale – che parla ancora del rinnovamento liturgico come del «frutto più appariscente di tutta l’opera conciliare» – il sinodo stesso deve constatare che si nascondono tuttora valutazioni e tensioni in vari sensi. Da una parte un certo immobilismo e conservatorismo, che produce una recezione delle riforme ancora solo esteriore; e dall’altra la persuasione che le riforme introdotte siano state del tutto insufficienti, e quindi l’urgere di tentativi nuovi o di riforme arbitrarie da parte di singoli gruppi o di comunità locali o nazionali.
In effetti, la Costituzione della liturgia è stata quella più remotamente preparata da decenni del movimento liturgico internazionale, ma anche è stata quella discussa per prima dal Concilio (appena uscito dalla crisi iniziale), e perciò la sua anticipata discussione fu una scelta non gradita agli uomini che avevano guidato la preparazione preconciliare, ma che risultò il migliore raccordo possibile tra i fermenti di rinnovamento presenti da decenni nel cattolicesimo e le resistenze dei tradizionalisti. Queste resistenze ebbero modo di farsi sentire in Concilio durante tutta la fase conciliare della discussione liturgica, e ancor più dopo, nella fase post-conciliare di esecuzione della riforma.
Di qui le indubbie timidezze della riforma stessa e le evidenti sue carenze e contraddizioni, e ancora una certa permanente incompletezza.

8 / Ma non si possono negare certi risultati concreti, come ad esempio quello, ben evidente a tutti, del passaggio dall’esclusivismo della lingua latina all’uso delle lingue volgari; quello della parte ben più ampia fatta, nella Messa e nell’Ufficio divino, alla Parola di Dio; quello della promozione di una attiva partecipazione comunitaria di tutti i fedeli; e quello ancora della ammissione – almeno in linea di principio – di possibili ulteriori progressi e sviluppi nell’adattamento delle forme liturgiche all’indole e alle culture dei vari popoli; oltre che alla ripulitura di ogni aspetto liturgico (negli edifici, nelle espressioni artistiche, nei canti, ecc.) dalle peggiori stratificazioni barocche o devozionali.
Ma soprattutto si deve rendere giustizia al Concilio di avere realizzato – al di là di tutti i risultati singoli, anche rilevanti – un risultato globale: quello di avere, con decisa volontà, aperto un grande varco di principio nella situazione liturgica immobile da secoli. E cioè di avere posto inizio a una dinamica di rinnovamento che, contro ogni ben prevedibile resistenza, non poteva e non potrà essere arrestata per il futuro, se il Signore conserverà alle Chiese ed alle comunità un giusto equilibrio tra saggezza e aspirazioni ad una maggiore autenticità e freschezza delle forme liturgiche.
E c’è ancora qualche cosa di più: la Costituzione della liturgia, oltre alle sue conquiste particolari, ha rivelato, in certi punti, soprattutto la possibilità di una nuova organica teologia e di una nuova spiritualità del mistero liturgico, in connessione vitale col mistero di Cristo e col mistero della Chiesa.
Ci sono almeno tre punti che devono essere considerati dei capisaldi fondamentali per sempre:
a) il primato dato al mistero pasquale, cioè al mistero della beata passione [di Cristo], risurrezione da morte e gloriosa ascensione, col quale «morendo, ha distrutto la morte, e risorgendo ci ha ridonato la vita». Infatti, dal costato di Cristo dormiente sulla croce è scaturito il mirabile sacramento di tutta la Chiesa (SC, n. 5).
Oggi la locuzione «mistero pasquale», in questo senso denso e intimamente collegato al mistero di tutta la Chiesa, è diventata di uso comune, ma prima del Concilio è stata introdotta solo da un libro, poi divenuto famoso, di Louis Bouyer. È merito del Concilio averlo formalmente ripreso, esplicato, divulgato, e soprattutto averlo collegato con la sua ecclesiologia.
b) L’enunciato che per quanto la liturgia non esaurisca tutta l’azione della Chiesa … .] nondimeno essa è il culmine verso il quale tende l’azione della
Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutta la sua virtù (ibidem, n. 9-10).
Questo enunciato è coerentemente assunto a base di tutta la teologia sottesa ad ogni capitolo della Costituzione liturgica, e dopo di essa è divenuto il fondamento di ogni sviluppo teologico in liturgia.
c) Infine, l’altro enunciato che bisogna che tutti diano la più grande importanza alla vita liturgica della diocesi intorno al vescovo, principalmente nella
Chiesa cattedrale: convinti che la principale manifestazione della Chiesa sia nella partecipazione piena e attiva di tutto il popolo santo di Dio alle medesime celebrazioni liturgiche, soprattutto alla medesima Eucaristia, alla medesima preghiera, al medesimo altare cui presiede il vescovo circondato dal suo presbiterio e dai ministri (SC, n. 41).
Con queste tre affermazioni di grande portata sintetica, il Concilio aveva già posto le basi di un largo superamento della ecclesiologia precedente, ancora prevalentemente giuridica, e aveva veramente aperto l’orizzonte nuovo di una ecclesiologia misterica, che sarà poi sviluppata in altri suoi testi (sia pure non senza qualche contraddizione o incoerenza).

9 / 4) E appunto parliamo ora dell’apporto del Vaticano Il all’ecclesiologia. Il Concilio ne ha trattato, oltre che ex professo nella Costituzione Lumen Gentium, anche in altri testi, specialmente nel decreto sulle Chiese orientali, nel decreto sull’ecumenismo, nel decreto sull’ufficio pastorale dei vescovi, e nell’altra Costituzione, Gaudium et Spes, cioè su Chiesa e mondo. In questa sede dovrò limitarmi ancora di più e concentrare tutto su alcuni elementi che a me sembrano primari e tuttora durevoli e dinamici.
Anzitutto il disegno generale e l’ordine della trattazione del De Ecclesia: non è stato ripetitivo o fortuito, ma deliberatamente voluto per invertire l’ordine precedentemente usuale, e seguito anche negli schemi preparatori.
Dopo un primo capitolo sul mistero della Chiesa, se ne è voluto subito un secondo sul popolo di Dio, ponendo quindi al terzo posto la trattazione sulla gerarchia, e in particolare sull’episcopato; proseguendo poi con un quarto capitolo tutto dedicato ai laici, con un quinto sulla universale vocazione alla santità, con un sesto sui religiosi, con un settimo sull’indole escatologica della Chiesa e la sua unione con la Chiesa celeste, e con l’ottavo conclusivo sulla Vergine Maria, Madre di Dio e madre e archetipo della Chiesa stessa.
Quanto al primo capitolo, segnalerò la distinzione esplicita tra Chiesa e regno di Dio, del quale la Chiesa è vista soltanto come inizio o preparazione in mysterio (n.5); segnalerò la rassegna esauriente delle immagini bibliche della Chiesa, che si sono volute elencare tutte, premettendole all’unica immagine abitualmente usata, cioè quella del corpo di Cristo (n. 6-7); e finalmente l’enucleazione della Chiesa come realtà visibile e spirituale: enucleazione nella quale non si è voluto pari pari ripetere l’equazione della Mystici Corporis di Pio XII, tra Chiesa cattolica e corpo di Cristo, in quanto si è preferito dire non che la Chiesa del mistero è la Chiesa cattolica, ma che nella Chiesa cattolica subsistit (sussiste) la Chiesa del mistero, ancorché al di fuori del suo organismo visibile si trovino parecchi elementi di santificazione e di verità, che, quali doni propri della Chiesa di Cristo, spingono verso l’unità cattolica (LG, n. 8).
Sia il subsistit è di difficile interpretazione (15); sia il parlare solo di singoli «elementi di santificazione e di verità» nelle Chiese separate è apparso già in Concilio, a molti, piuttosto riduttivo della realtà complessa di vere Chiese, sia pure imperfette, spettante alle Chiese ortodosse.
E su questo avremo occasione ancora di dire una parola.
Il secondo capitolo sul popoìo di Dio è del tutto nuovo. Esso ha lo scopo di presentare la Chiesa, prima che come struttura visibile, come popolo messianico, e quindi costituito da Cristo in una comunione di vita, di carità e di verità, e preso da Lui per essere strumento della redenzione di tutti e quale luce del mondo e sale della terra inviato a tutto il mondo (ibidem, n. 9).
Dio ha convocato l’assemblea di coloro che guardano nella fede a Gesù, autore della salvezza e principio di unità e di pace, e ne ha costituito la Chiesa, perché sia per tutti e per i singoli il sacramento visibile di questa unità salvifica. Dovendo estendersi a tutte le regioni essa entra nella storia degli uomini, e insieme però trascende i tempi e le frontiere dei popoli (ibidem).
(15) Secondo il suo stesso proponente, cioè il segretario della commissione teologica, il teologo lovaniense Mons. Philips, la formula subsistit avrebbe poi fatto scorrere fiumi d’inchiostro: vedi Philips, L’Eglise et son mystère, Paris, 1967, p. 119.

10 / Così, i termini prettamente biblici di comunione e di assemblea sono divenuti tipici della nuova ecclesiologia che si è pian piano almeno iniziata, se non ancora completamente svolta. Essi servono a mettere in evidenza, piuttosto che il vincolo giuridico, l’intensità e l’universalità dell’affiato vitale
che unisce tutti i membri a Cristo e tra di loro.
E ancora meglio evidenziano e giustificano quella dignità che a tutti i componenti di questa comunione e di questa grande assemblea è attribuita da Cristo loro comune capo, cioè la dignità di essere «un regno e dei sacerdoti per Dio suo Padre» (Ap 1,6; cfr. 5,9-10). La dignità, dunque, che è
il sacerdozio regale comune a tutti i fedeli, attribuito loro dal sacramento del Battesimo, non va opposta, ma deve essere, secondo il Concilio, reciprocamente funzionale rispetto al sacerdozio ministeriale conferito ad alcuni con l’ordinazione sacra (vedi LG, n. 10).
L’unico popolo di Dio ha un’estensione potenzialmente universale, secondo diversi ordini: dapprima i cattolici, che vi sono plene incorporati; poi i battezzati che non professano la fede integrale o che non conservano l’unità della comunione col successore di Pietro, ma che sono comunque ancora legati dal comune possesso della Sacra Scrittura, e dagli altri sacramenti, compresa l’Eucaristia; poi i non cristiani (ebrei, musulmani, e altri) che cercano sinceramente Dio, e sotto l’influsso della grazia si sforzano di compiere la volontà di Dio, conosciuta attraverso il dettame della coscienza, possono conseguire la salvezza eterna (ibidem, n. 13-16).
6. E veniamo ora al terzo capitolo della Lumen Gentium, sulla Costituzione gerarchica della Chiesa che, come è risaputo, ha costituito il centro di tutto il dibattito conciliare. Non vorrei addentrarmi nella rievocazione dei singoli momenti di questo dibattito, ma soltanto dire con semplicità quali ne sono stati, e ne rimangono, i risultati sostanziali.
a) Una integrazione comunque della ecclesiologia del Vaticano I, che si era arrestato ad affermare soltanto il primato del Pontefice romano. Nel Vaticano II, ribadita formalmente e più volte la dottrina del primato, si è però voluto quanto meno completarla con un’adeguata dottrina sui vescovi come successori degli Apostoli.
b) Perciò si è pervenuto anzitutto a colmare una lacuna dell’insegnamento precedente, che in certi momenti e in certi luoghi ha provocato dubbi e perplessità, cioè la mancanza di una definizione esplicita della sacramentalità dell’episcopato. Come forse può ricordare qualche confratello anziano
che ha fatto i suoi studi in questo seminario prima del Concilio, anche qui si è potuto talvolta dubitare che l’episcopato fosse un grado speciale e supremo del sacramento dell’ordine, e quindi si è potuto rievocare alcuni casi aberranti di conferimento del sacerdozio da parte di Abati non
consacrati vescovi.
Ebbene, oggi non è più possibile alcuna esitazione o dubbio al riguardo. Anzi, per dirimere tale questione, il Vaticano II ha usato la forma più esplicita e solenne di dichiarazione, che ha fatto pensare che al proposito il Concilio abbia voluto esprimere l’unica nuova dichiarazione dogmatica di tutto il suo insegnamento.
Insegna il santo Concilio che con la consacrazione episcopale viene conferita la pienezza del sacramento dell’ordine, quella cioè che dalla consuetudine liturgica della Chiesa e dalla voce dei santi Padri viene chiamata il sommo sacerdozio, il vertice del sacro ministero [. . .]. È proprio dei vescovi assumere col sacro ministero dell’ordine nuovi eletti nel corpo episcopale (ibidem, n. 21).
c) E quindi sulla scorta della più antica disciplina, e in particolare della prassi dei Concili ecumenici (dopo aver ribadito ancora una volta il potere primaziale di Pietro e del suo successore su tutta la Chiesa) si è finalmente pervenuti ad esplicitare formalmente quello che poi in realtà è stato da sempre ammesso, cioè che l’ordine dei vescovi, che succede al collegio degli Apostoli nel magistero e nel governo pastorale, nel quale anzi si
perpetua ininterrottamente il corpo apostolico, è pure, insieme con il suo capo, il romano Pontefice, e mai senza di esso, soggetto di suprema potestà su tutta la Chiesa: potestà che non può essere esercitata senza il consenso del romano Pontefice [… .]. In esso i vescovi, rispettando fedelmente il primato e la preminenza del loro capo, godono di un potere che è loro proprio [.. .]. La suprema potestà che questo collegio possiede su tutta la Chiesa è esercitata in modo solenne nel Concilio ecumenico [.. .]. La stessa potestà collegiale può essere esercitata insieme col capo dai vescovi sparsi per il mondo, purché il capo del collegio li chiami a un atto collegiale, o almeno approvi o liberamente accetti l’azione congiunta dei vescovi dispersi, così da risultare un vero atto collegiale (ibidem, n. 12).

11 / In questo testo viene ovvio notare il numero e l’insistenza delle riserve alla collegialità e delle riconferme della funzione primaziale del Papa, dalle quali traspare tutta la fatica che costò al Concilio l’espresso riconoscimento dell’episcopato universale come collegio dotato di una propria potestà, e il riconoscimento di questa potestà come suprema nella Chiesa. Tale fatica non fu soltanto determinata dalla resistenza accanita di una non grande minoranza, ma anche da ripetuti interventi personali di Paolo VI (con i cosiddetti modi, cioè emendamenti del Papa), che si volle supergarantire contro ogni possibilità di interpretazione disgiunta o contrastante della potestà collegiale rispetto alla potestà primaziale.
Ma non fu tutto qui: ci fu, come molti sanno, l’aggiunta della cosiddetta Nota explicativa praevia, con la quale si volle stabilire i criteri di una interpretazione ancora più restrittiva del testo conciliare, con il corollario, fra l’altro, di sollevare un dubbio non risolto sulla validità dell’episcopato
delle Chiese ortodosse separate, in contrasto con molti atteggiamenti del Concilio e dello stesso Paolo VI. Va però soggiunto che sin dal primo momento in cui questa Nota fu letta al Concilio «per ordine dell’autorità superiore» dal segretario generale, ci furono molti – e ancor più sono oggi – che ritennero e ritengono che questa Nota esplicativa non può essere considerata un vero atto conciliare.
d) Un altro enunciato veramente capitale, e di rilievo oggi sempre più grande – nonostante il modo incidentale in cui è stato formalmente fatto – è quello espresso da queste parole della Lumen Gentium n. 23.
I vescovi singolarmente presi sono il principio visibile e il fondamento dell’unità delle loro Chiese particolari, formate a immagine della Chiesa universale, nelle quali e a partire dalle quali esiste la sola e unica Chiesa cattolica.
Questo enunciato va integrato da un altro che lo applica e lo sviluppa nel decreto Christus Dominus sull’ufficio pastorale dei vescovi, che definisce la diocesi come una porzione del popolo di Dio, che è affidata alle cure pastorali del vescovo coadiuvato dal suo presbiterio, in modo che, aderendo al suo pastore e da lui unita per mezzo del Vangelo e della Eucaristia nello Spirito Santo, costituisca una Chiesa particolare, nella quale è veramente presente e agisce la Chiesa di Cristo, una, santa, cattolica e apostolica (CD, n. 11).
Quanto sia innovante questa formulazione, lo si capisce dal confronto con la definizione di diocesi del vecchio Codice, che vedeva in essa solo una porzione non del popolo di Dio, e tanto meno una Chiesa particolare, ma semplicemente una circoscrizione territoriale della Chiesa universale.
Appunto sulla base di questi testi, il Concilio ha dato lo spunto a tutta la dottrina della Chiesa locale, che a mio avviso è in definitiva non solo il frutto del tutto nuovo più importante nell’attuale ecclesiologia, ma è anche la più rilevante e dinamica possibilità di sviluppi concretamente evolutivi in tutta la vita cattolica e in genere, per le sue valenze ecumeniche, nella vita dei cristiani tutti. Tanto più quanto più si mette in rapporto la dottrina della Chiesa locale con l’affermazione già segnalata della Sacrosanctum Concilium, n. 41, sull’assemblea eucaristica presieduta dal vescovo nella sua cattedrale come princtpale manifestazione della Chiesa. Cioè, la dottrina della Chiesa locale si potenzia necessariamente in una ecclesiologia eucaristica (16). E da questa sempre più il discorso sulla Chiesa sembra tendere a parlare di una Chiesa di Chiese (17)

12 / e) Non sembra invece essere un’adeguata realizzazione della collegialità episcopale l’istituto del sinodo dei vescovi: né concettualmente (per la sua limitazione a un parere solo consultivo offerto al Papa), né praticamente, per il modo con cui si è realizzato, soprattutto nelle tre ultime tornate.
Anche quest’ultimo, sulla vita consacrata, sembra destinato a deludere i molti interessati (religiose e religiosi) e gli stessi partecipanti. Comunque al massimo si può dire che il sinodo dei vescovi, se non realizza la collegialità effettiva, può essere per qualcuno e in certo modo una realizzazione di
collegialità affettiva o vissuta (18).
f) Infine, del III capitolo della Lumen Gentium non può essere dimenticata la restaurazione del diaconato permanente, anche uxorato, completamente estintosi nella Chiesa d’occidente da molti secoli. Il Vaticano Il ha voluto il diaconato permanente esplicitandone così le funzioni fondamentali: amministrare solennemente il Battesimo, conservare e distribuire l’Eucaristia, in nome della Chiesa assistere e benedire il matrimonio, portare il viatico ai moribondi, leggere la Sacra Scrittura ai fedeli, istruire ed esortare il popoìo, presiedere al culto e alla preghiera dei fedeli, amministrare i sacramentali, presiedere al rito del funerale e della sepoltura.
E in aggiunta i diaconi dovrebbero essere dediti alle opere di carità e di assistenza.
Ma poiché il Vaticano II, pur affermando la necessità dei diaconi in molte Chiese, ha lasciato alle conferenze episcopali e in definitiva ai singoli vescovi l’impulso restauratore del diaconato, questo è stato sino ad ora territorialmente molto differenziato, e complessivamente piuttosto esiguo.
E’ probabile che continui ancora nelle Chiese quella tensione tra presbiteri e diaconi, che in passato presumibilmente è stata la causa della estinzione del diaconato permanente, e che ancora ne riduce la prassi e la vitalità nella Chiesa, e perciò impedisce la vera e forte formazione di una teologia del diaconato. Cosicché in sostanza non si può dire ancor oggi, del diaconato, molto di più di quanto ne diceva il Concilio (19).

13 / 7. Importanti sviluppi applicativi dei principi enunciati nei primi tre capitoli della Lumen Gentium si trovano nei capitoli seguenti della stessa costituzione.
Nel capitolo quarto vi è l’affermazione della insurrogabilità della missione e del contributo dei laici all’opera complessiva della salvezza affidata alla Chiesa.
Nel capitolo quinto è ampiamente ribadita l’universalità dell’unica vocazione alla santità nella Chiesa, sia per i membri della gerarchia e sia per i laici.
Nel capitolo sesto è trattata, in modo forse scarsamente approfondito, la natura e l’importanza dello stato religioso.
Nel capitolo settimo si propone, con accenti forse un po’ nuovi, l’indole escatologica della Chiesa pellegrinante e la sua comunione attuale con la Chiesa celeste.
E finalmente, nel capitolo ottavo, è compiuto un passo in avanti nel delineare la funzione, nell’economia della salvezza, della beata Vergine Maria: della quale è rivendicato in modo più sostanziale e rigoroso il titolo primario di Madre cli Cristo, unico mediatore, e quindi di Madre della Chiesa e suo archetipo pienamente realizzato (20).
8. Mi resta ora da segnalare sinteticamente l’importanza e il rilievo ancora attuale di due altri documenti, cioè del decreto Unitatis Redintegratio sull’ecumenismo, e della dichiarazione Nostra Aetate sulle religioni non cristiane.
a) Il primo documento – per quanto di fatto possa trovare ostacolo o provocare delusioni sul piano concreto delle relazioni effettive sia con qualche comunità della Riforma (ora specialmente la Chiesa anglicana), sia con la Chiesa ortodossa (ora specialmente con la Chiesa russa) – contiene però in linea di principio enunciati di supremo rilievo e di costante validità: enunciati che sono in grande parte capaci di equilibrare o di stabilire la vera interpretazione da dare a certi punti più deboli o meno chiariti degli altri documenti conciliari.
Per esempio l’asserzione che quelli che ora nascono e sono istruiti nella fede di Cristo in tali comunità non possono essere accusati del peccato di separazione, e la Chiesa cattolica li abbraccia con fraterno rispetto e amore. Quelli infatti che credono in Cristo e hanno ricevuto debitamente il Battesimo sono costituiti in una certa comunione, sebbene imperfetta, con la Chiesa cattolica [.. .] e perciò sono a ragione insigniti del nome di cristiani, e dai figli della Chiesa cattolica sono giustamente riconosciuti come fratelli nel Signore (UR, n. 3).
E conseguentemente il riconoscimento delle Chiese ortodosse come vere Chiese che, quantunque abbiano delle carenze, nel mistero della salvezza non sono affatto spoglie di significato e di peso.
Poiché lo Spirito di Cristo non ricusa di servirsi di esse come di strumenti di salvezza, il cui valore deriva dalla stessa pienezza della grazia e della verità che è stata affidata alla Chiesa cattolica (ibidem).

14 / E ancora che quelle Chiese, quantunque separate, hanno veri sacramenti, e soprattutto, in forza della successione apostolica, il sacerdozio e l’Eucaristia, per mezzo dei quali restano ancora unite con noi da strettissimi vincoli. Una certa comunicazione nelle cose sacre, presentandosi opportune circostanze e con l’approvazione dell’autorità ecclesiastica, non solo è possibile, ma anche consigliabile (ibidem, n. 15).
E infine è posto a fondamento di tutto – e io dico anche come criterio interpretativo generale e del Vaticano Il e di ogni altro documento dottrinale – il seguente principio ermeneutico: inoltre nel dialogo ecumenico i teologi cattolici, restando fedeli alla dottrina della Chiesa, nell’investigare con i fratelli separati i divini misteri, devono procedere con amore della verità, con carità e umiltà. Nel mettere a confronto le dottrine si ricordino che esiste un ordine o «gerarchia» nelle verità della dottrina cattolica, essendo diverso il loro nesso col fondamento della fede cristiana (ibidem, n. 11).
Questa «gerarchia» delle verità impedisce ciò che spesso può accadere, ossia un appiattimento di tutte le verità sullo stesso livello, mentre è di somma importanza sempre distinguere tra di esse in ragione della loro maggiore o minore prossimità col fondamento della fede.
Quale fondamento? Quale nucleo? Lo si può individuare inequivocabilmente dalla Scrittura, e più precisamente dalla primitiva predicazione apostolica: cioè l’amore del Padre che si è ultimamente e definitivamente rivelato in Cristo, Verbo di Dio fatto carne da Maria Vergine, per noi e per la nostra  riconciliazione, morto in croce, risorto, glorificato, che ritornerà glorioso a giudicare i vivi e i morti, e che intanto raduna e santifica, nel dono dello Spirito Santo, la sua Chiesa, sino alla pienezza escatologica del Regno, nel quale anche il nostro corpo mortale risorgerà, e Dio sarà tutto in tutti.
b) La dichiarazione Nostra Aetate, nella sua brevità e nella constatazione pratica del processo di unificazione in corso nella totalità del genere umano, pur restando nei limiti rigorosi di enunciati molto generali, afferma il rispetto della Chiesa cattolica verso tutte le religioni, e verso quanto in ciascuna di esse può riflettere «un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini» (NA, n. 2).
Perciò esorta tutti i cattolici a che con prudenza e carità, per mezzo del dialogo e della collaborazione con i seguaci delle altre religioni, rendendo testimonianza alla fede e alla vita cristiana, riconoscano, conservino e facciano progredire i beni spirituali e morali e i valori socio-culturali che si trovano in essi (ibidem).
E in particolare, nei confronti dei musulmani, mette in evidenza come punti comuni il riconoscimento di Gesù come profeta (non come Dio), la venerazione verso la Vergine Madre, l’attesa del giorno del giudizio, la stima del culto e della preghiera a Dio.
E per gli ebrei mette in rilievo il patrimonio commune – cioè le Scritture veterotestamentarie, che la Chiesa ha ricevuto per mezzo del popoìo d’Israele, le persone di Abramo, di Mosé, dei profeti, e soprattutto di Maria e degli Apostoli – raccomanda la conoscenza e il dialogo reciproco, esecra e deplora gli odi, le persecuzioni e tutte le manifestazioni dell’antisemitismo: per confermare che la Chiesa crede che Cristo, la nostra pace, ha riconciliato gli ebrei e i popoli pagani per mezzo della sua croce, e dei due ha fatto uno solo in se stesso (Ef 2,14-16) (ibidem, n. 4).
Certamente sul piano dottrinale e pratico restano aperti o ancor più proprio adesso, in virtù della nostra dichiarazione, si aprono molti e complessi problemi: ma non c’è dubbio che, dopo molti secoli di contrasti e di pura opposizione, il Vaticano II ha aperto una grande porta di disponibilità verso le altre religioni, e che interpreta, nel suo annuncio, la stessa croce di Cristo come segno dell’amore universale di Dio e come la fonte di ogni grazia (ibidem, n. 4). (Oliveto, 28.10.1994 Nel 36° anniversario dell’elezione di Papa Giovanni XXIII)

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(1) Cfr. il mio discorso I valori della Costituzione, 16 settembre 1994, in via di pubblicazione
(2) Per una summa ragionata degli errori e delle colpe attribuibili al Concilio, si veda per tutti R. Amerio, Iota unum. Studio sulle variazioni della Chiesa cattolica nel secolo XX, Milano-Napoli, 1985
(3) Allocuzione alle Opere missionarie del 7 maggio 1960.
(4) Allocuzione all’Ordine francescano del 16 aprile 1959.
(5) Come poi disse nella Costituzione apostolica cli convocazione formale del Concilio stesso, 25 dicembre 1961.
(6) Allocuzione cit. alle Opere missionarie, del 7 maggio 1960.
(7) Allocuzione Gaudet Mater Ecclesia, in Fede, Tradizione Profezia, a cura di G. Alberigo e A. Melloni, Brescia, 1984, pp. 248-249.
(8) Il salmista celebra la lode del Dio creatore di tutto e Redentore d’Israele: «Il Signore ricostruisce Gerusalemme / raduna i dispersi d’Israele, risana i cuori affranti I e fascia le loro ferite. Egli conta il numero delle stelle / e chiama ciascuna per nome».
(9) Alberigo, Papa Giovanni, Bari, 1987, p. 228
(10) Cyprianus, De Orat. Dom. 23: PL 4, 553.
(11) Conciliorum Oecumenicorum Decreta, Bologna, 1991, p. 526: Bolla Gaudeant Coeli, di Eugenio IV.
(12) Alludiamo alle opere di H. Kung, di E. Schillebeeckx e di P. Schoonenberg, sulle quali vedi da ultimo R. Cantalamessa, Gesù Cristo, il Santo di Dio, Milano, 1990, specie pp. 129 ss.
(13) P.Benoit, Inspiration et révélation, in «Concilium», 10 (1965), pp. 18 ss., 21. Cfr. anche per tutto quello che diciamo qui di seguito V.Mannucci, Bibbia come Parola di Dio, 120, Brescia, 1992, pp. 136-138.
(14) Meno felice, invece, è la parte della Dei Verbum relativa alla sacra Tradizione. Cfr. A. Naud, Le magistère incertain, Montréal, 1987, il quale, percorrendo tutto l’itinerario conciliare del capitolo II della Dei Verbum sulla trasmissione della divina Rivelazione, giunge ad affermare che, se al Vaticano II si parlò bene della Scrittura più che al Concilio di Trento e al Vaticano I, invece al Concilio di Trento si parlò più correttamente della Tradizione di quanto non si sia fatto nella Dei Verbum.
(16) Cfr. le parole pronunziate alla chiusura del secondo Colloquio di Salamanca (2-7 aprile 1991) dall’Anton, professore alla Pontificia Università Gregoriana: «E’ paradossale che il Concilio che ha scoperto la Chiesa locale non esprima una ecclesiologia capace di evitare certi squilibri [. . .]. Questa omissione è ancora più inspiegabile da parte dei teologi che collocano la riscoperta nel contesto di una ecclesiologia eucaristica, di fatto destinata a realizzare una rivoluzione copernicana nella Chiesa e nell’ecclesiologia. Ma è altrettanto paradossale parlare qui di un tema nuovo o di una riscoperta, dal momento che la relazione tra Chiese locali e cattolicità è una realtà antica come la Chiesa»: cfr. «Il Regno», 38 (1991), pp. 538-547. Cfr. anche E. Lanne, Eglises unies ou Eglises soeurs: Un choix inéludable, in «Irénikon», 48 (1975), pp. 322-342; e Y.Congar, Cristologia e pneumatologia nell’ecclesiologia del Vaticano II, in Cristianesimo nella storia II (1981), p. 104: «Non è più la Chiesa locale che gravita intorno alla Chiesa universale, ma è la Chiesa di Dio che si trova presente nella celebrazione di ciascuna Chiesa locale. Di fatto questa è una riscoperta che non ha finito di sviluppare le sue
conseguenze. Essa è legata alla pneumatologia, come una ecclesiologia della Chiesa universale era legata ad un certo cristonomismo. . .”.
(17) Cfr. J.M. Tillard, Eglise d’Eglzses, Paris, 1987. Alcuni, poi, affermano il rapporto come «reciproca interiorità» (Légrand); altri come una «inabitazione e immanenza reciproca» (Kommonchak); e altri ancora parlano di «pericoresi ecclesiologica, nella quale la pericoresi trinitaria trova la sua immagine ecclesiale» (Mùller): cfr. «Il Regno», 38 (1991), pp. 546-547.
(18) Cfr. Grootaers, La collegialità ai Sinodi dei Vescovi: un problema non risolto, in «Concilium», 26 (1990), pp. 38-50.
(19) Per tutto questo cfr. la relazione di Mons. Pino Colombo al convegno di Bologna, 5 febbraio 1994: e vedi anche, ivi, le considerazioni finali sulla nuova evangelizzazione: «L’evangelizzazione chiama evidentemente in causa il diaconato permanente, se non altro perché chiama in causa tutto il popolo di Dio. Ma forse chiama in causa il diaconato permanente anche per qualche titolo speciale, almeno sotto qualche aspetto… Il diacono permanente, la cui condizione di vita è generalmente più normale, nel senso di più comune, più vicina a quella comune della gente che non quella del presbitero, potrebbe assumere un ruolo veramente esemplare soprattutto nella forma del diaconato uxorato, che coinvolge tutta la famiglia».
(20) Mi piace segnalare, per un opportuno e fecondo confronto tra la mariologia del Vaticano Il e la tradizione bizantina, l’opuscolo di V. Matrangolo, La venerazione a Maria nella tradizione della Chiesa bizantina – fondamenti teologici, Acireale, Galatea Ed., 1993: l’autore, protoiereo di Acquaformosa nell’eparchia greco-albanese di Lungro (Cosenza), opera una densa e originale sintesi, specialmente della liturgia bizantina, da lui praticata e vissuta da
cinquant’anni.

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8 Risposte

  1. LA STORIA DE ‘I DUE CANARINI DEL SINDACO DI FIRENZE PROFESSOR GIORGIO LA PIRA’.

    La stampa li fece diventare famosi. Nella causa per la sua beatificazione non se ne parla. Glieli aveva dati però, a Lucca, un altro futuro santo: Monsignor Enrico Bartoletti. Perché?
    Una delle molte volte che sono andato a trovare a Lucca, all’arcivescovado, Mons. Bartoletti, e cioè dopo il 1958, entrato nella sua stanza, che ha una finestra che guarda il dietro della Cattedrale di san Martino, lui mi fece notare di avere due canarini in gabbia: quasi mi volesse indicare un nostro simbolo autobiografico. Mi venne da rimanerne sorpreso è dissi, più o meno: “Ma come si fa a tenere degli uccellini in gabbia. Io non vorrei starci. Liberiamoli!!! Lui, della mia meraviglia, quasi se ne offese e mi rispose: “Se gli liberassi morirebbero, non saprebbero dove andare a dormire, e anche per procurarsi il cibo. Ma come puoi pensare che una persona come me, tanto amante della LIBERTÀ, possa, non so per quale motivo, tenere due animali prigionieri?” Capii che aveva respinto indignato l’osservazione al mittente, ma non si dimostrò adirato. Quando la volta dopo ritornai i due canarini però non c’erano più. Li aveva regalati al professor La Pira in quale credo li tenesse a Palazzo Vecchio. Anche i giornali ne parlarono.
    La volta prima dell’incidente dei due canarini Mons. Bartoletti mi aveva fatto notare che io e Giorgio La Pira arrivavamo sempre senza prima avvertire, ed eravamo gli unici. Ma, per lui, disse che tutto ciò andava bene lo stesso, ovviamente trattandosi di noi. Anzi, riempiendomi di orgoglio trovò il modo di dirmi anche che, fra me e Giorgio La Pira, preferiva me, mentre fra me e Giuseppe Dossetti preferiva Dossetti. Dopo dettolo, notò che io ero rimasto male, che avevo fatto il broncio, e perciò aggiunse: “Questo lo penso io, ma non è detto che universalmente, oggettivamente, debba essere così.” E poi cambiò discorso.
    Cosa ne fece il Sindaco La Pira, poi, dei due canarini? Dove andarono a finire? Forse una risposta potrebbero darcela il fratelli GIOVANNONI, O GIANNI, O GIORGIO, che, di La Pira, conoscevano tutti i particolari mentre io l’avevo visto sempre da lontano, o di sfuggita, anche perché non era effettivamente il mio tipo, né io il suo, pur essendomi io stesso rovinata l’esistenza per aver seguito la sua delibera. E si tratta della delibera dell’Amministrazione La Pira contro gli APPALTI del DAZIO, o Imposte di Consumo. E si tratta della Deliberazione Consiliare 5 ottobre 1964, n. 5555/710/C e del coraggiosissimo ricorso di La Pira, in data 16 Gennaio 1965, contro il Prefetto di Firenze che l’aveva bocciata, all’uopo ovviamente autorizzato con deliberazione d’urgenza della Giunta Comunale in data 15 Gennaio 1965, n.383. Gran parte di questa storia, che sta all’origine dell’approvazione in ITALIA dell’ IVA (Imposta sul Valore Aggiunto) non appaltabile, al posto dell’ I.C.O. appaltabile, ovviamente il tutto per l’intervento del Bartoletti, è stata pubblicata sulla rivista ‘SOTTO IL VELAME’, dell’Associazione Studi Danteschi e Tradizionali, di Torino diretta da RENZO GUERCI ( Il leone Verde Edizioni – Torino, Settembre 2005, n. VI, pp. 147 – 163). Questo numero VI della rivista potrà ancor oggi essere ricevuto da tutti telefonando a Torino, a RENZO GURCI, al n. 011 22.64.721. Email: dantesca@tin.it. Sarebbe però interessante infine sapere anche chi, a Lucca, regalò i due canarini a Mons. Enrico Bartoletti, se, chi lo fece, è ancora vivo, o qualcun altro ne sa qualcosa. Siamo di fronte a due futuri santi uniti anche dalla storia di questi due canarini in gabbia.
    Mons. ENRICO BARTOLETTI, quale Profeta, predisse a GIOVANGUALBERTO CERI, da giovanotto, lo dico per inciso, che avrebbe fatto scoperte su DANTE e sul suo MEDIOEVO, per importanza simili a quelle di HEINRICH SCHLIEMANN su Troia e la Civiltà micenea. Ai postulanti la Sua beatificazione probabilmente questo, forse, non interesserà molto, poiché avere ottenuto la GRAZIA di Profezia non è aver raggiunto la capacità di poter compiere dei MIRACOLI. Pur tuttavia, per chi scrive e rifacendosi alla DIDACHÉ, dovrebbe ugualmente pesare. Tale profezia il Bartoletti me la fece pochi giorni prima di andare a vedere insieme, autobiograficamente, il 20 Agosto 1955, a San Miniato, la prima de ‘IL POTERE E LA GLORIA’ di GRAHAM GREENE. Che io abbia fatto queste scoperte è del tutto oggettivo, ed vidente: Cfr. l’intervista fattami da UMBERTO CECCHI: DVD di TV CANALE 10 su YOUTUBE: http://www.youtube.com/watch?v=wV4vEG15yjA. Che i Docenti di Italianistica e il Vaticano non siano interessati a divulgarle è altrettanto evidente. Nella verità siamo soli, lo ha detto anche Graham Greene. Bisognerà vedere, in relazione ai prossimi decenni, chi avrebbe avuto ragione. F.to GIOVANGUALBERTO CERI 

  2. Giovangualberto Ceri

    “Dante e La politica oggi”
    Lettera Aperta.

    – Al Signor Sindaco del Comune di Firenze Matteo Renzi – Palazzo Vecchio.

    – E p.c. ad altri, e all’On.le “The Nobel Foundation” – Literature – Box 5232, SE – 102 45 Stockholm – Svezia.
    Firenze, oggi domenica 24 Giugno 2012 festa, ma non da sempre, di san Giovanni Battista patrono della città di Firenze: questo anche perché contro il volere del cielo, e di Dante (Inf., XIII, 143 – 150; Par., XVI, 46 – 48; Par., XIV, 103 – 108). Il problema già potrebbe essere dantesco, politico, ed attuale. Ma non fermiamoci qui.
    Premessa introduttiva.
    Monsignor ENRICO BARTOLETTI, il grande amico di papa PAOLO VI, “il Traghettatore della Chiesa in Italia dopo il Concilio Vaticano II”, in data 3 Giugno 1956, su sua inaspettata e sorprendente iniziativa volle regalarmi, con solenne dedica sul frontespizio il libro di ALFONSO GRATRY, “La sete e la sorgente” (Società Editrice Internazionale, Torino, 1949) profetizzandomi che, in vita mia, avrei fatto scoperte su Dante e sul suo medioevo paragonabili a quelle di HEINRICH SCHLIEMANN su Troia e la civiltà micenea. L’idea gli era venuta in mente il giorno prima, il 2 giugno, festa della Repubblica Italiana e giorno di nascita di Dante personaggio da me scoperto, appunto, successivamente proprio come lui mi aveva profetizzato. Superfluo ricordare che fino ad oggi, nonostante tutti i miei sforzi, nessuno ha progettato di unire la festa della nascita della Repubblica Italiana alla festa della nascita del Poeta della Patria, Dante. Ma potrebbe essere un sintomo dei nostri guai politico-culturali.
    Il Bartoletti credo abbia fatto anche ad altri delle rivelazioni sul loro futuro, ed anche a qualcuno di Lucca, per cui avendo detto io adesso di quella, tanto positiva, fatta a me penso di non passare per matto. Finalmente io ritengo di aver raggiunto quelle importanti verità che il Bartoletti mi aveva preannunciato: però, diversamente da Schliemann, non mi vengono riconosciute ed è questo il punto, il primo motivo, che cercherò di spiegare, e per cui scrivo questa lettera inviandola anche a Stoccolma. Voglio battere i piedi per farmi sentire, per chiedere aiuto, cioè un appoggio ai responsabili della cultura letteraria e della politica e, tutto ciò, lo faccio semplicemente perché ho ragione. La mia è su una questione importantissima e dunque coinvolgente lo sviluppo della nostra cultura e civiltà. Le mie scoperte, anche solo enumerandole, dovrebbero apparire al lettore, per quanto non specializzato, intuitivamente così chiare, ragionevoli e rivoluzionarie, affascinanti anche sotto il profilo della LITURGIA CRISTIANA, da sorprenderlo. E questa sorpresa non solo nel vedere che le varie UNIVERSITÀ DEGLI STUDI se ne lavano le mani, ma anche nel constatare che nemmeno nei SEMINARI DIOCESANI della nostra Chiesa cattolica c’è una mentalità aperta ad apprezzarle. Quasi che la possibilità di ridestare un interesse per la nostra SACRA LITURGIA CRISTIANA approfittando di quello grandissimo mostrato da Dante in base a queste mie scoperte, fosse un problema da buttare dalla finestra.
    Afferma Dante che la SACRA TEOLOGIA LITURGICA è così piena di tutta pace da non tollerare lite alcuna di argomentazioni (Convivio, II, XIV, 19; Convivio, II, XIII, 8). Essa cioè non tollererebbe, a questo suo più alto ed ultimo livello scientifico-medievale in cui si trova ubicata, di dover eventualmente sopportare la presenza, soprattutto, della SACRA TEOLOGIA RAZIONALISTA piena di argomentazioni logico-dialettiche stimolanti i distinguo e la disputa, per non dire incoraggianti una guerra di religione. Le guerre non possono essere fatte in presenza dell’ultima e più alta scienza, poiché assolutamente pacifica, e perciò essa sarebbe anche un antidoto, uno strumento, per debellarle. E pensare che per tanto tempo, e cioè fino al momento in cui il caro professor CESARE VASOLI non indicò, per “Teologia” dantesca, il Vangelo, quando gli esegeti si trovavano d’avanti questo termine scientifico-medievale-dantesco di “Teologia”, per un malinteso omaggio alla teologia di san Tommaso d’Aquino, intesero proprio la sacra Teologia razionalista: ossia un atteggiamento della mente che mai avrebbe dovuto qualificare il decimo cielo Empireo, la dimora simbolica che la Santissima Trinità, il Padre, il Bene, ha eletto per se stessa. E pensare che anche il CONCILIO VATICANO II già aveva visto nel possibile risveglio dei cristiani alla SACRA TEOLOGIA LITURGICA (Costituzione conciliare SACROSANCTUM CONCILIUM sulla sacra liturgia – 4 dicembre 1963) la strada maestra per uscire dallo stato spirituale ipotensivo, di stallo, in cui si trova da tempo la cristianità. La Teologia razionalista è anche idonea, per l’intenzione da cui è mossa, ad alimentare l’idea di una supremazia del cristianesimo rispetto alle altre religioni le quali perciò sono spinte ad uno scetticismo verso le nostre reiterate e discorsive dichiarazioni di pace. Se noi, dopo aver celebrato con un rito, con un inno e con un canto, le nostre feste liturgiche, dimostrassimo di venir fascinati anche dalla sacra Teologia liturgica delle altre religioni compresa quella pagano-classica proprio così come sapientemente insegna Dante, avremmo già fatto un grosso passo in avanti verso la pace, verso quell’ “Uomo planetario” alla idealizzazione razionale del quale, con tanto impegno anche politico, si era dedicato padre ERNESTO BALDUCCI.
    Dante dimostra, con spirito conciliare, di accogliere anche la liturgia pagana nel momento in cui accetta che il rito della sua “Sottomissione alla Grazia divina” venga indicato da un pagano, suicida e favorevole al divorzio coniugale, Catone l’Uticense, e celebrato poi da un altro pagano e famoso saggio, Virgilio (Pur., I, 28 -136; cfr. GIOVANGUALBERTO CERI, “L’astrologia in Dante e la datazione del “viaggio” dantesco”, nella rivista “L’Alighieri” di Ravenna diretta da Aldo Vallone – n. 15 – gennaio – giugno 2000, Angelo Longo Editore, Ravenna, 2000, pp. da 27 – a 57). E il fatto che il cristianesimo possa riuscire a subordinare completamente ogni sua altra lodevole attività ed aspettativa, anche caritatevole, di pace e socialmente utile, all’intonazione di un inno e di un canto alla Divinità insieme alle altre religioni, è l’unica via empirico-intuitiva che può condurre alla pace interiore e nel mondo: in quanto tale via è immediatamente rivelatrice della presenza di una evidente e profonda intenzione orientata alla Comunione con tutti. Così la pensava anche padre GIOVANNI MARIA VANNUCCI (cfr. G. Vannucci, “Il libro della preghiera universale”, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze, 1978). Il Balducci e il Vannucci, due toscani vissuti a Firenze che, per due strade diverse che andrebbero riunificate, cercarono di affermare il principio teologico-liturico-evangelico-dantiano della pace. La poesia del Nostro, se colta nella sua autentica realtà, ma questo potrà avvenire soltanto per convalida delle mie scoperte, a questo punto dobbiamo reputare che possa contribuire ancor oggi alla pace nel mondo e alla sua elevazione spirituale proprio per l’importanza che il Poeta riserva alla liturgia. Dunque quale ultima e più alta scienza, o superiore istanza, sia pur di carattere soggettivo ed intimo. Le conseguenze politiche in questo caso discenderebbero dall’alto, dal cielo.
    È di tutta evidenza che quella sacra Teologia liturgica che Dante sapientemente incoraggia per arrivare a por fine ad ogni lite e discussione dovrà oggi mettere a punto anche una nuova armonia poetico-musicale e sapienziale. Per intendersi, sulla scia, per esempio, di quella inaugurata dal Maestro della Cappella Sistina, LORENZO PEROSI; nonché sulla scia anche delle raccomandazioni di THOMAS MERTON il quale così scriveva: “Il prevalere della cattiva arte cosidetta “sacra” costituisce un grave problema spirituale, paragonabile, per esempio, al problema dell’inquinamento dell’aria in alcuni nostri grandi centri industriali. Gradire la cattiva arte sacra e sentirsi da essa aiutati nella preghiera, può essere un sintomo di disordine spirituale, magari inconsapevole e del quale si potrebbe anche non essere personalmente responsabili . Il male è però qui, ed è contagioso!” (Thomas Merton, Problemi dello spirito, Milano, Garzanti, 1960, p. 185). E si tratta sempre di un volume consigliato dal fiorentino mons. Enrico Bartoletti (nato a CARRAIA, sulla strada per le Croci di Calenzano un tempo entro il territorio di Firenze, e cioè là dove andava a raggiungerlo spesso, quando il Bartoletti c’era, don LORENZO MILANI Priore della vicina parrocchia di SAN DONATO).
    In Dante, per poter arrivare a stabilire quei giorni strategici, fondamentali, da lui silenziosamente indicati, in cui la solennità e specificità di ciascuna festa liturgica sarebbe esplicativa del senso da attribuire al fenomeno, o al personaggio, è però necessario avvalersi, a monte, dell’astronomia-astrologia di CLAUDIO TOLOMEO. Per la difficoltà e complessità della materia per quanto attiene alle nostre Università degli Studi, e per la sua peccaminosità per quanto riguarda gli insegnamenti impartiti nei Seminari Diocesani della nostra Chiesa cattolica (cfr. CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA, Divinazione e Magia – n. 2116 – Astrologia – Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 1992, p. 527), questa stessa materia astronomico-astrologico-tolemaica, così vicina alla liturgia tanto pagana che cristiana, appare però non essere ritenuta più degna, ormai dalla fine del XIII secolo, né di venire seriamente studiata, né adeguatamente padroneggiata, né, conseguentemente, di essere insegnata. Da qui l’impossibilità: da una parte di accedere al significato più profondo e fascinante dell’Opera dantesca e, dall’altra, di ridestare quella devozione liturgica verso la Divinità a partire dall’autentica poesia e filosofia del Nostro. Di questa attuale insufficienza culturale sono intimamente convinto che il mio amico Monsignor ENRICO BARTOLETTI avrebbe avuto di che preoccuparsi e lamentarsi, ma è certissimo che lui avrebbe saputo fare anche qualcosa di concreto per vincerla. Del resto quando il 5 marzo 1976 venne stranamente a mancare, nemmeno papa Paolo VI, né il cardinale Antonio Poma di Bologna, né il Cardinale Carlo Maria Martini, eccetera, sapevano più bene a cosa dare la precedenza nella “pastorale” e, a mio avviso, abbiamo assistito, da quel momento in poi, ad una fase di stallo conciliare che dura tutt’ora. Io sono personalmente di questa opinione. Oggi ce lo direbbe Dante cosa fare e con l’appoggio del Bartoletti: bisognerà capire meglio il Poeta stesso attraverso quella Sacra Teologia Liturgica che lui ha messo nella sua Opera utilizzando l’astrologia tolemaica così come, originalmente, ho fatto io da tempo ed ho già, di principio, indicato (GIOVANGUALBERTO CERI, “L’astrologia in Dante e la datazione del “viaggio” dantesco”, nella rivista “L’Alighieri” di Ravenna diretta da Aldo Vallone – n. 15 – gennaio – giugno 2000, Angelo Longo Editore, Ravenna, 2000, pp. da 27 – a 57). Comunque la questione è anche politico-culturale per le ragioni che seguono. Io sono ritornato adesso sopra questo importantissimo tema sperando nell’attuale e giovane Sindaco di Firenze Matteo Renzi e, a tal fine, gentilmente Gli invio questa lettera aperta: “aperta” per fare, ovviamente, il più rumore possibile. Io non faccio dei riassunti originali dell’Opera dantesca, non ri-racconto le tante storie che, sinteticamente, ricorda Dante magari un po’ approfondendole, né cerco di dire la mia, tutta soggettiva, su lui, sui suoi personaggi e sul medioevo. Io ho scientificamente ricavato dei giorni, delle ore precise, delle feste liturgiche, degli angoli celesti esatti, oggettivi, dunque presenti fra i vari cieli, alcune longitudini planetarie facilmente invalidabili se non corrispondessero a verità: e perciò il mio lavoro, o si invalida perché c’è tutto per poterlo fare, o si accetta e si divulga. Fino ad ora si è preferito, nella sostanza, ignorarlo: e per chi detiene il potere si tratta anche della strada più comoda e facile. Però, roba ignobile e da periodo buio.
    Fine della premessa introduttiva.
    Caro Matteo Renzi Sindaco di Firenze,
    scriveva CARTESIO: “Io, pur non disprezzando la gloria come fanno i Cinici, non tengo però in nessun conto di quella che soltanto con falsi titoli si può acquistare” (CARTESIO, Discorso sul metodo, Parte seconda – Con Introduzione di Eugenio Garin – Laterza, Bari, 1975, p.8). Se Lei la pensasse così e si percepisse che in tale modo la pensa, ebbene per me sarebbe da porsi al vertice del PD, ed anzi, arriverebbe a porsi in cima a tale piramide, ovviamente nell’interesse degli Italiani. Ma potrà la CULTURA in Italia, ivi compresa quella distribuita dalla nostra Pubblica Amministrazione, dalle varie Fondazioni, e dalle nostre Università Statali, andar d’accordo con questo epitaffio cartesiano? Io ho i miei dubbi da quando il caro Professor CESARE VASOLI, dopo aver ripetutamente parlato, con estrema convinzione, delle mie scoperte dantesche ad alcuni membri dell’ACCADEMIA NAZIONALE DEI LINCEI, ebbe poi a dirmi: “Ceri, io ne ho parlato all’Accademia ma, così facendo, si è fatto ancor più nemici di prima!”. Il Vasoli credo sia ancora vivo e Lei potrà controllare di persona se quello che le ho raccontato è vero. Ma se io ho una qualche importante verità da esibire, non essendo un Cinico, se al tempo stesso qualcuno delle Istituzioni mi desse una mano per farmela riconoscere, potrebbe fare arrivare anche me a gustare un po’ di gloria. Mi farebbe piacere, e poi sarebbe anche di stimolo al miglioramento della linea politico-.culturale di Firenze e dell’Italia. Ecco dunque evidenziato il motivo per cui Le scrivo. C’è dunque una speranza che, dopo tanti Sindaci di Firenze che si sono alternati dal 1993 alla guida della città, ne sia finalmente arrivato uno che riabiliti “Cenerentola”, che sia orientato a porre queste verità dantesche, allorché dimostrate, al loro giusto posto? È infatti dalla domenica di Pasqua del 1993, da quando il quotidiano ‘LA NAZIONE’ di Firenze della Domenica 11 aprile 1993 (Notizia A.N.S.A. 16-APR-1993 – 15h.16’), pubblicò in prima pagina, a firma di ALFREDO SCANZANI, la notizia della mia scoperta del giorno di nascita di Dante personaggio corrispondente al martedì 2 giugno 1265, che sono in attesa che un qualche uomo politico con un importante incarico istituzionale richieda un rigoroso controllo di quello che io vado sostenendo.
    Caro Renzi,
    Lei è sindaco di Firenze e Dante era fiorentino. Si creerà dei nemici ma, politicamente in senso platonico, ed eticamente in senso cartesiano, se vuole avere successo deve mettere nella sua lista per la spesa anche di spendere qualcosa per le mie scoperte dantesche che, fra le altre cose, sono anche in grado di integrare l’idea che noi abbiamo di CALENDARIO STILE FIORENTINO. Ne esistono infatti due, ed uno è sconosciuto. I Fiorentini gliene sarebbero grati se arrivassero a poter essere certi di dovere aggiungere, a quello già comunemente noto, un altro: tanto più se indispensabile a fare chiarezza su diversi contenuti essenziali della Commedia. Dell’esistenza del secondo sconosciuto calendario rende testimonianza anche Giovanni Boccaccio. Dunque ne esiste uno semplicemente “stile fiorentino” che è generalmente noto, e un altro “stile antico fiorentino” che è stato invece ignorato (Cfr. GIOVANNI BOCCACCIO, “Esposizioni sopra la Comedia di Dante”, a cura di Giorgio Padoan, Milano, Mondadori, 1965, p. 150 in relazione al c. XXI, vv. 112- 114, dell’Inferno). Dovrebbe essere venuto il momento di por fine a questa secolare dimenticanza foriera di molteplici inganni. Più in generale, se lei arrivasse a spendere qualcosa per il controllo delle mie scoperte dantesche, anche la soluzione di questo problema calendariale, che tanto testimonia della nobiltà e indipendenza della nostra città e delle sue origini siriache, diventerebbe automatica, di necessità. Lo spirito di Dante, che era fortemente impegnato anche nella realizzazione di una buona e indipendente politica dal Vaticano, per me gliene sarebbe grato: quindi per mezzo di tutto quello che lei, ed io, ci possiamo augurare di buono e vantaggioso. Invitando a luglio-agosto p.v. Roberto Benigni a Firenze a commentare Dante lei ha comunque fatto capire ai Fiorentini che ama la personalità e la vita del Poeta e che considera il valore poetico ed ontologico-spirituale dell’Opera del Nostro, utile all’attuale momento storico italiano. Però Benigni, mentre illustra meravigliosamente il Poeta e sa attualizzarlo in maniera stupefacente, non vuole, o non può, approfondirlo per quanto lo stesso Poeta necessiterebbe ed avrebbe desiderato al fine di essere colto nella sua più intima autenticità: insomma per le intenzioni che sorreggevano esistenzialmente la propria vita.
    Benigni è geniale, anche e peculiarmente nel descrivere Dante! Lei ha fatto bene ad invitarlo, lo ripeto. Ma si ha l’impressione che non sia poi anche un eroe. Vedrà che quando la prossima domenica 5 Agosto 2012, a Firenze, ROBERTO BENIGNI esporrà il ricordato canto XXI dell’Inferno (vv.112-114), mi auguro che anche Lei sia presente!, ignorerà quello che dice il Boccaccio sul controverso anno del ‘viaggio’. Comunque ritengo che non prenderà le sue difese e che perciò opterà per la Commedia da porsi nel 1300, e non nel 1301.
    La buona politica, a cui lei Caro Sindaco sembra interessato, per me non può essere raggiunta solo approfittando della propria genialità, della parola nuova, sorprendente, facile ed accattivante. Ci vuole anche un po’ di eroismo che è poi parente di quel coraggio esistenziale, tutto solitario, di cui Dante è maestro, sia per il disagio materiale e morale che lui seppe sopportare durante l’esilio, sia per le ragioni spirituali e morali che lo spinsero a non doverlo rifiutare (Convivio, I, III, 1 – 11). Nessuno è obbligato a fare l’eroe, e io non la ritengo un’offesa non esserlo. Però mirare politicamente tanto in alto partendo dalla sedia di Priore di Firenze, per dire che fu anche quella di Dante, o da quella di Sindaco di Firenze, per dire che fu anche quella di Giorgio La Pira (che ci rimise le penne per aver fatto la lotta contro la corruzione legata agli appalti del Dazio), ed anche di Mario Fabiani (che non cedette davanti ai nazi-fascisti), implicherebbe un qualcosa che assomigli tanto allo stesso Dante, che a La Pira, che a Fabiani e che io ritengo che lei possa trovare in se stesso, volendo. Ma potrei azzardare anche un altro paragone. Mi piacerebbe essere come il nostro Niccolò Machiavelli per avere speranza nel Principe.
    Rimango perciò a sua disposizione per ogni ulteriore chiarimento dantesco, o dantiano, mentre enumero quelle mie scoperte che, per me, dovrebbero essere oggetto del suo interesse quale vivace ed aperto Sindaco di Firenze, e anche quale aspirante, credo, a futuro nocchiero di questa “serva Italia”. Nel nostro caso non più serva dello straniero quanto, sembra, appunto, di molte persone obsolete, se non incapaci, o corrotte. Insomma siamo di fronte ad una tempesta questa volta interna, invece che dovuta allo straniero.
    Queste mie scoperte, lo capirà anche lei, sono in grado di far tremare tutte le università del mondo. Non sono affatto matto! Ed ho già avuto dalla mia anche il Professor Giorgio Bárberi Squarotti di Torino e il Professor Enzo Esposito de “La Sapienza” di Roma, oltre che il Professor Vasoli nonché, facendo la “Presentazione” al mio volume “Dante e l’Astrologia” (Loggia de’ Lanzi, Firenze, 1996), il Professor Francesco Adorno Presidente della nostra famosa Accademia “La Colombaria”: se tutto ciò potrà ulteriormente invogliarLa ad attivarsi. Troverà gran parte delle mie enormi fatiche pubblicate nei vari numeri della rivista, edita a Torino e diretta da RENZO GUERCI, “Sotto il velame” dell’Associazione Studi Danteschi e Tradizionali la quale, il 26 dicembre 2003 già mandava i miei lavori a Stoccolma, al “Premio Nobel” in letteratura. Questa rivista è conservata, per essere consultata, anche dalla nostra “BIBLIOTECA NAZIONALE CENTRALE DI FIRENZE”, a due passi da Palazzo Vecchio.
    Su “Dante e Dintorni”, in omaggio a quella CULTURA che vuole essere autentica anche al fine di riuscire a migliorare la nostra vita politica, mi piacerebbe che fosse visto il seguente DVD: TV CANALE 10, intervista di UMBERTO CECCHI a GIOVANGUALBERTO CERI (andata per la prima volta in onda il martedì 11/03/2008 alle 12h.00’) -, Google su YOUTUBE: http://www.youtube.com/watch?v=wV4vEG15yjA.
    DATE DA ME SCOPERTE CHE CORRISPONDONO AD IMPORTANTI FESTE LITURGICHE.
    Siccome per Dante la scienza più alta ed ultima è la sacra Teologia liturgica che lui pone nel decimo ed ultimo cielo, l’Empireo (Convivio, II, XIV, 19; Convivio, II, XIII, 8), ebbene, corrispondendo i giorni da lui indicati, e da me scoperti, sempre a importanti feste liturgiche, siamo indotti a pensare che egli abbia voluto coronare con quella che lui stesso ritiene la più alta scienza medievale i giorni, ridotti a simbolo, che gli sono cari: quelli decisivi, appunto, della propria vita. In relazione a queste date, la relativa festa liturgica di ciascuna le riempirà del suo proprio senso e valore. Questa emozionante avventura liturgica, che si svolge fra calcoli matematici e moto dei pianeti e delle Stelle Fisse (in quanto il Nostro ha gloriosamente nascosto la cadenza dei suoi giorni ricorrendo all’astronomia-astrologia), non è però mai stata evidenziata dagli esegeti. La gravità di tale carenza nella comprensione della poesia di Dante è enorme ed emergerà evidente anche dalla meditazione del significato dei giorni simbolici che immediatamente enumero.

    1° giorno – SABATO 25/03/1301, FESTA DELL’ANNUNCIAZIONE A MARIA, giorno di inizio del viaggio della Commedia (Inf., I, 1; Inf. XX, 127-129; Inf., XXI, 112-114; Pur., I, 19-21; Pur., II, 94-102; Par., IX, 37-42 [ovviamente, qui, “centesimo anno” a computare da Cristo nato di domenica]; Par., XXI, 13-15), e giorno di inizio, a Firenze e per Dante, non solo dell’anno come fino ad oggi si è pensato, ma anche del XIV secolo ab incarnatione Domini. E già siamo di fronte ad una notizia di portata copernicana e che dovrebbe interessare i Fiorentini e il loro gentile ed attuale Sindaco. Il viaggio della Commedia inizia dunque il primo giorno del nuovo secolo a Firenze, il XIV ab Incarnatione, e per questo inizia il sabato 25/03/1301 del nostro computo storico, e il fenomeno non pare disdicevole!, e questo per così cominciare il sabato 25/03/1300 in base allo stile antico fiorentino. Può essere controllato che tre mesi esatti dopo a partire dal giorno in cui si sarebbe dovuto aprire il Giubileo Fiorentino a nativitate Domini, se Bonifacio VIII non lo avesse espressamente vietato con sua propria bolla, è un fatto oggettivo se pur tenuto nascosto (Cfr. CARD. BARONIUS AB ODORICO RAYNALDO, Annales Ecclesiastici, tomus XIIII, Jesu Christi Annus 1300, Bonif. VIII, PP. Annus 6 – “Summa gratia non bullata …” del 25 dicembre 1300 – I.W. Friessem, 1692, p. 540), anche Casella viene imbarcato alla foce del Tevere dall’Angelo nocchiero per essere condotto in Purgatorio (Casella – Pur., 94 – 102 ). La sapeva Lei, Sindaco, questa: che Bonifacio VIII, nel giorno in cui chiuse il suo giubileo (il 25 dicembre 1300) vietò quello fiorentino, dunque sempre a Nativitate, se pur legato all’anno “ab incarnatione Domini”, e perciò allo stile antico fiorentino? Credo di no, e credo che non l’abbiano saputa nemmeno i suoi Assessori. Potrebbe essere una notizia. Forse Dante non vuol sottostare al divieto del papa di celebrare un giubileo fiorentino e quindi deciderà di celebrarlo, per conto suo, con la Commedia? Tutto lascia intendere che le cose siano andate proprio in tale modo. Ma si tratta di una verità scomodissima, improduttiva soprattutto da portare avanti per un uomo politico alla ricerca di consensi nel mondo cattolico. Però, se si trattasse effettivamente della Verità…? Far uscire dai lacci in cui si trova imbrigliata da secoli questa verità e riuscire a sbandierarla al popolo fiorentino, al mondo, come faceva Giorgio La Pira per le sue idee, per me sarebbe abilitante.
    L’anno giubilare è quello che precede l’istante del 50° anno. È quello attraverso il quale, e cioè attraverso i suoi 365 giorni, si giunge, in fase montante e nobile, all’istante del compimento del cinquantesimo anno. Dunque: 49 anni + 1 anno (anno giubilare) = compimento dei 50 anni e CHIUSURA del giubileo. Il computo è Kabalistico e pitagorico. Perciò: domenica 25 dicembre del 1° anno dopo Cristo del nostro computo storico, più 1300 anni già trascorsi = 25 dicembre 1301 e fine del giubileo fiorentino a Nativitate, meno l’anno giubilare, uguale 25 dicembre 1300 del nostro computo storico e inizio del giubileo fiorentino. Tre mesi dopo, il sabato 25 marzo 1301, Casella verrà imbarcato dall’Angelo nocchiero alla foce del Tevere per raggiungere, via mare, la spiaggia antistante il Purgatorio, ed incontrare Dante il lunedì 27 marzo 1301: e anche su tale questione torna finalmente tutto perfettamente (Pur. II, 100 – 102)!!! Dante (cosa meravigliosa), nelle stesse ore del 25 marzo 1301 inizierà invece il viaggio della Commedia via terra, passando dal centro, e perciò analogamente a come il suo caro amico Casella ha fatto via mare. Nessun oltraggio (Pur., II, 94) è stato arrecato, evidentemente!, a Casella dall’Angelo nocchiero se si scopre che lo stesso Angelo l’ha fatto aspettare, dall’inizio del Giubileo fiorentino (25 dicembre 1300) al sabato 25 Marzo 1301, per solennemente imbarcarlo il giorno della festa dell’Annunciazione a Maria e apertura del XIV secolo a Firenze. Dov’è l’errore? Tutti zitti perché non esiste nel mentre, però, non si vogliono cambiare le cose. Questa mia scoperta potrà interessare l’attuale SINDACO DI FIRENZE e i FIORENTINI? Ma perché a Firenze il 25 marzo 1301 del nostro computo storico si apriva il XIV secolo “ab incarnatione Domini”, e non dunque si era aperto l’anno prima come comunemente si pensa?
    Per accertare tale realtà calendariale basta prendere per buona l’informazione fornita in chiusura della QUAESTIO DE AQUA ET DE TERRA, opera molto spesso attribuita a Dante, secondo la quale Cristo, e perciò da un punto di vista culturale e calendariale, sarebbe nato di DOMENICA come, sempre di domenica, è poi anche risorto. In tal caso il Suo giorno di Nascita simbolico e calendariale corrisponderebbe alla domenica 25 dicembre del 1° anno dopo Cristo del nostro computo storico, non vi possono essere dubbi; quello della Sua Incarnazione al venerdì 25 marzo del 1° dopo Cristo; il giorno di inizio dell’anno e quello della nostra èra volgare, o cristiana, in base al Calendario giuliano stile comune, cioè al Calendario giuliano vero e proprio che partiva dall’insediamento dei Consoli romani, in questo caso corrisponderebbe al sabato 1° gennaio del 1° anno dopo Cristo del nostro computo storico, o odierno. Il giorno prima era, appunto, il venerdì 31 dicembre del 1° anno avanti Cristo. In base a questo computo calendariale Cristo, il lunedì 26 dicembre del 1° anno dopo Cristo, avrebbe avuto solo un giorno di età e non un anno ed un giorno come risulta dal nostro computo storico. Io credo che sia venuto il momento in cui anche il Manuale di ADRIANO CAPPELLI, “Cronologia, Cronografia e Calendario perpetuo”, arrivi ad indicare questo Calendario stile antico fiorentino adottato da Dante e della cui presenza riferiscono sia Giovanni Boccaccio come ho già detto, sia Andrea Lancia (1290 [?] – 1360 [?]), detto l’ OTTIMO, notaio al servizio del Comune di Firenze: dunque con la sua attività in una stanza non distante da quella che occupa oggi il nostro Sindaco. Sarà un problema che potrà interessarlo? La presa d’atto di questa verità calendariale, poiché qui non c’è nulla da accertare ma solo da aprire gli occhi, contare sulle dita e prendere atto, porrebbe fine a tante questioni esegetiche e di datazioni storiche attinenti a Filologia dantesca in cui esiste una differenza conclamata di un solo intero anno preciso: ma tali questioni sono quasi tutte quelle esistenti. Anzi, un consiglio, bisognerebbe prendere per buona norma che a Firenze, nei secoli fino alla metà del XIV secolo, quando i dati non tornano e la differenza è di un solo anno, non si tratta di un errore come fino ad oggi gli esegeti hanno ingenuamente pensato, ma dall’avere essi computato seguendo il semplice e noto “stile fiorentino” e non lo “stile antico fiorentino” del tutto ignorato poiché caduto da secoli in disuso e perciò nell’ombra. Ammessa questa verità si potrà calcolare e capire perché il XIV secolo, a Firenze, iniziava nel nostro 1301 e più precisamente il sabato 25 marzo 1301 del nostro computo odierno: perché per Dante, lo ripeto, e per l’antica e nobile cultura fiorentina legata ai canonici di Santa Reparata, questo giorno corrispondeva per loro al sabato 25 marzo 1300. Ed è in questo giorno liturgico, e perciò dopo calato il Sole sul venerdì 24 marzo 1301 del nostro computo storico, che può solennemente e liturgicamente iniziare il viaggio della Commedia. Bello? Ma questa bellezza viene oscurata da un muro di omertà, o di incapacità, o di inidoneità.

    2° giorno – VENERDÌ SANTO 31/03/1301, ORE 12 – 15, FESTA DELLA MORTE DI CRISTO IN CROCE per l’Umanità e fine solenne, e liturgicamente più che eloquente e convincente, del viaggio della Commedia. Si legge infatti: “ quos pretioso sanguine redemisti” (TE DEUM, 22). E Dante fa il suo viaggio proprio al fine di partecipare a questa redenzione, di ottenerla. Non pare perciò privo di senso, o disdicevole, o banale, che egli faccia finire il suo viaggio in questo giorno e in queste ore.
    Non sappiamo se Dante abbia conosciuto IACOPONE DA TODI (1230 – 1306), però la sua Commedia termina proprio nel momento dello STABAT MATER di Iacopone. “Stabat Mater dolorosa / Juxta crucem lacrimosa, / Dum pendebat Filius. / “ (c.1.): cioè termina alle 12h-15h del Venerdì Santo 1301. Anche questa, Caro Sindaco, per me è poesia. Dante e Iacopone, guarda caso, hanno anche in comune la poca simpatia verso papa Bonifacio VIII. Bisogna che il VATICANO se ne faccia un’idea! Il viaggio della DIVINA COMMEDIA deve essere posto fuori dal periodo giubilare di Bonifacio VIII che andava dal 25/12/1299 al 24-25/12/1300 del nostro computo storico poiché: “UBI EST VERITAS DEUS IBI EST”. Credo che anche il Nostro Sommo Pontefice JOSEPH RATZINGER, che ha già risposto all’invio di queste mie scoperte analogamente al suo predecessore KAROL WOYTJLA, entrambi impartendomi la Benedizione Apostolica da me richiesta, dovrà prima o poi prendere atto di questa verità liturgica. Dante insegna, anche politicamente, che una volta manifestata al Sommo Pontefice tutta la nostra dovuta e filiale devozione, non per questo dobbiamo rinunciare a chiedere il riconoscimento delle cose vere, delle verità oggettive.

    3° giorno – MARTEDÌ 2/6/1265, FESTA DEI SANTI MARTIRI MARCELLINO, PIETRO ED ERASMO e giorno di nascita di Dante personaggio (Par., XXII, 110 – 117). È sicurissimo che Dante si fa nascere in questo giorno poiché, fatti i calcoli, il suo Sole di nascita si trovava, allora, in congiunzione montante e nobile con tre stelle, da un punto di vista astrologico proprio “gloriose e di gran virtù” (Par., XXII, 112-113) come da lui indicato. Tali stelle corrispondono alla Polare (α Ursae Minoris) a 18°.20’ di longitudine, a quei tempi, nel segno dei Gemelli; alla Betelgeuse (α Orionis) a 18°.30’; e alla Menkalinam (β Aurigae) a 19°.40’. La congiunzione montante e nobile, corrispondente quasi ad un perfetto allineamento, del Sole di nascita del Poeta con queste tre stelle fa sì che il Sole stesso si trovi, necessariamente, a circa 18°.01’ nel segno dei Gemelli: un fenomeno che si dà esclusivamente il 2 Giugno. Quindi è scientifico che Dante personaggio risulti nato in questo giorno (cfr. Profhacii Judaei Montispessulani Almanach perpetuum – ad fidem codicis Laurentiani PL. XVIII sin. N. I – TABULA SOLIS PRIMA p. 38 [20 verso] in cui è scritto che il Sole, alle 12h.00’ su Montpellier [Monte Pesulano], si trovava a 17°.53’.17’’ nel segno dei Gemelli). Ma la sicurezza non si fonda soltanto sull’esattezza matematica dei calcoli. Vi è qualcosa in più di molto importante ed è il significato astrologico-liturgico che emerge da questo dato, dall’avere centrato questo giorno, il bersaglio.
    Inciso – Seguendo il dialogo del Poeta con BRUNETTO LATINI, optimus astrologus (Inf. XV, 49 – 60), si capisce anche che Dante vuol farci sapere di voler risultare nato alle 16h.39’ del 2 giugno 1265, e perciò con l’Ascendente a 2°.58’ nel segno dello Scorpione e quindi necessariamente con le “quattro stelle”,(Pur., I, 23) della Croce del Sud, guidate da Acrux (alfa di Crux che nel 1265 si trovava a 1°.37’ di longitudine nel segno dello Scorpione), a far da corona alla sua testa poiché l’Ascendente simboleggia la testa. Sarà la stessa Croce del sud ad illuminare anche la faccia di Catone l’Uticense suicida per amore della libertà (Pur., I, 71-72). La Croce del Sud (con α Crucis) è anche quel gruppo di quattro stelle che brillano, nella nostra Èra volgare, o cristiana, sopra il polo Sud e della città di Lucia (Convivio, III, 10 – 11), martire cristiana, analogamente a come la stella Polare (α Ursae Minoris) brilla sul polo Nord e della città di Maria: madre di Colui che, col versamento del suo prezioso sangue, ha redento l’umanità. Sappiamo che Dante è devoto a “tre donne benedette” (Inf., II, 124-126). A Maria e Beatrice e a Lucia: le tre donne che sono intervenute a salvarlo. Ebbene con soli otto endecasillabi (Par., XXII, 110-117) riguardanti la sua citata Carta natale egli riesce ad indicarci di essere inclinato, per destinazione astrologica di nascita, per la Croce del sud (per congiunzione col suo l’Ascendente) dagli influssi della cittade di Lucia, e per la Stella Polare (per congiunzione montante e nobile del suo Sole) dagli influssi della cittade di Maria. Lucia e Maria dominano, in base alle mie scoperte, la Carta natale, o radicale, di nascita di Dante e quindi anche per l’Ascendente. E tutta questa meravigliosa architettura, di una precisione inimmaginabile, che forse supera addirittura quella della cupola del Duomo del Brunelleschi, e che per se stessa è alta poesia, io me la sarei inventata? Se avessi sbagliato i calcoli anche solo di dieci minuti di orologio qui saltava tutto!, Non si sarebbe afferrato nulla della sacra Teologia liturgica e di Lucia e Maria. Da sbellicarsi dalle risate!!!
    La liturgia di questo giorno 2 giugno sintetizza anche tutta la drammatica biografia di Dante. Si legge il 2 giugno, Festa dei Santi Martiri Marcellino, Pietro Ed Erasmo: Ego (la Divina Provvidenza) enim dabo vobis os (la parola ispirata) et sapientiam (quella sapienza che Dante inizia a coltivare leggendo Virgilio fino ad arrivare a san Bernardo), cui non poterunt resistere et contraddicere omnes adversarii vestri (E si tratta anche di quegli esegeti che, scoperta la verità scomoda portata avanti da Dante, scientemente la ignorano). Trademini autem a parentibus, et fratribus, et cognatis, et amicis, et morte efficient ex vobis (Ed anche Dante fu condannato a morte ad essere bruciato vivo: “igne comburatur sic quod moriatur” – MICHELE BARBI – Vita di Dante – Sansoni, Firenze, 1963, p. 19). E conclude la liturgia, “In patientia vestra possidebitis animas vestras”: e il Poeta di pazienza ne deve avere avuta veramente molta durante il suo esilio per cui noi, di fronte a tanta sofferenza, non possiamo che inchinarci ricordando quello che egli scrive. “Poi che fu piacere de li cittadini de la bellissima e famosissima figlia di Roma, Fiorenza, di gittarmi fuori del suo dolce seno … peregrino, quasi mendicando, sono andato per le parti quasi tutte a le quali questa lingua si stende. … Veramente io sono stato legno sanza vela e sanza governo, portato a diversi porti e foci e liti dal vento secco che vapora la dolorosa povertade” (Convivio, I, III, 4 – 5). Questa data e festa liturgica di Dante, come tutte le date e le feste liturgiche che riguardano Beatrice compresa quella stessa della “gentile donna giovane e bella molto” simboleggiante la FILOSOFIA DI PITTAGORA e MORALE FILOSOFIA (Vita Nuova, XXXV, 2; Convivio, II, XV, 12; II, II, 1), servono anche a spiegare, sintetizzandolo, il senso via, via da attribuire ai vari personaggi e avvenimenti.

    4° giorno – VENERDÌ 2/10/1265, FESTA DEI SANTI ANGELI CUSTODI (allora ad libitum perché rimessa di recente in vigore – nel sec. XIII – da san Bernardo di Chiaravalle, il più grande maestro di Dante) e giorno di nascita di Beatrice personaggio (Vita Nuova, II, 1-2) in cui la liturgia cristiana recita: “Haec dicit Dominus Deus: Ecce ego MITTAM Angelum meum, qui preceda te, et custodiat in via” (cfr. perfetta congruità con Inf. I, 1-3; e Inf. II, 52 – 108). Nasce Beatrice e già la liturgia la prenota, simbolicamente, come angelo custode di Dante. Sono i calcoli matematici a metterlo in risalto.

    5° giorno – VENERDÌ 2/02/1274, FESTA DELLA PRESENTAZIONE DI GESÙ BAMBINO AL TEMPIO IN BRACCIO ALLA MADONNA e giorno in cui Beatrice appare a Dante per la prima volta (Vita Nuova, II, 1-2). Recita la liturgia di questo giorno: “Haec dicit Dominus Deus: Ecce ego MITTO Angelum meum et praeparabit viam ante faciem meam”. Dante vede per la prima volta Beatrice mentre sugli altari la liturgia recita che la Divina Provvidenza manda al fedele, in questo stesso giorno, un Angelo che gli preparerà la via per andare il Paradiso. Più poesia e congruità di questa vi potrebbe essere…? Però il chiarimento, la puntualizzazione, è rimasta inascoltata nonostante le mie numerose pubblicazioni e la notizia A.N.S.A. del 23 Settembre 1996 (ZOZC0008/FIR – YFI10015 delle ore 11h.16’) ripresa da molti giornali fra cui il prestigioso inserto culturale de “Il Sole 24 Ore” della Domenica 29 Settembre 1996 (p.28).

    6° giorno – VENERDÌ 26/12/1264, FESTA DI SANTO STEFANO PROTOMARTIRE e giorno di concepimento di Beatrice in cui la liturgia recita: “Beati immaculati in via, qui ambulant in lege Domini” (Vita Nuova, XXIX, 2). Pare del tutto evidente che Beatrice personaggio venga immaginata da Dante come immacolata e fedele seguace della volontà del cielo. Infatti: “… quando lo segnore de la giustizia (Gesù Cristo) chiamoe questa gentilissima (Beatrice) a gloriare sotto la insegna di quella regina benedetta virgo Maria, lo cui nome fue in grandissima reverenzia ne le parole di questa Beatrice beata“ durante la sua vita… (Vita Nuova, XXVIII, 1).

    7° giorno – VENERDÌ (LITURGICO) 9/06/1290, FESTA DEI SANTI MARTIRI PRIMO E FELICIANO e giorno liturgico di morte di Beatrice (Vita Nuova, XXIX, 1), in cui la liturgia cristiana recita: “Haec est vera fraternitas, quae vicit mundi crimina”. Questo passo ci riconduce ai versi in cui Dante e Beatrice sono insieme in Paradiso (Par., XXII, 151 – 154) che così recitano: ”L’aiuola che ci fa tanto feroci (la Terra), / volgendom’io con li etterni Gemelli, / tutta m’apparve da’ colli a le foci. / Poscia rivolsi li occhi a li occhi belli (di Beatrice)”.

    8° giorno – MARTEDÌ 2/02/1283, FESTA DELLA PRESENTAZIONE DI GESÙ BAMBINO AL TEMPIO IN BRACCIO ALLA MADONNA e giorno in cui Dante fu salutato per la prima volta da Beatrice (Vita Nuova, III, 1-2). Questo giorno si riallaccia alla liturgia pagana della festa delle Baccanti con tutto quello che segue.

    9° giorno – MARTEDÌ 14/09/1322, FESTA DELL’ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE e giorno di morte di Dante personaggio. Morto nella notte fra il 13 e il 14 settembre, e perciò, liturgicamente, nell’arco montante della festa liturgica del 14 settembre, festa dell’Esaltazione della Santa Croce. Dante morto nell’anno 1321, come si legge e scrive? E va bene!, però stile antico fiorentino. Quindi, sul computo odierno, MARTEDÌ 14/09/1322. Per me si tratta del giorno esclusivamente simbolico-liturgico di morte di Dante personaggio, e quindi non di quello reale che per questo, per me, rimane sconosciuto (GIOVANNI BOCCACCIO, Vite di Dante, Oscar classici, Mondadori, Milano, 2002, p. 24 e nota n. 379 a p. 134). La scelta del Poeta di farsi morire simbolicamente in questo giorno richiama il giorno della fine del viaggio, il Venerdì Santo 31/03/1301, poiché in entrambi si ricorda sempre il versamento del prezioso sangue di Cristo per noi, perché si ritorni sulla “diritta via”, o non la si smarrisca. La città di Lucca, di Ilaria del Carretto e di mons. Enrico Bartoletti, sembra che non potrebbero rimanere indifferenti a questa circostanza.

    10° giorno – SABATO-DOMENICA 15-16/08/1293 e giorno in cui Dante fu visto e vide, affacciata ad una finestra, che non è una di quelle di via del Corso ma quella che indica l’inizio del Cielo cristallino, la “gentile donna giovane e bella molto” simboleggiante la pagana Filosofia di Pittagora e la cristiana Morale Filosofia (Convivio, II, II, 1; II, XV, 12; Vita Nuova XXXV, 1-2). Il fenomeno si dà 19h.00’ ora locale di Firenze e si deduce, su indicazione di Dante, dall’ora di morte di Beatrice, la prima notturna (Vita Nuova, XXIX, 1). Venere, dalla morte di Beatrice, deve aver compiuto esattamente due rivoluzioni sinodiche, sostiene Dante, che dovranno perciò non essere misurate a occhio, con pressappochismo, come hanno fatto tutti gli esegeti nei secoli compreso PATRICK BOYDE dell’Università di Cambridge (G.B.), ma il base all’esatta elongazione di Venere. Il questo giorno 15 agosto 1293 alle ore 19h.00’ Venere si trovava a 15°.43’ in Leone e il Sole, sotto l’orizzonte, a 29’.55’ in Leone. Discendente a 05°.32’ in Vergine. Elongazione occidentale di Venere (distanza dal Sole), pari a 14°.12’: esattamente corrispondente a quella che il pianeta aveva avuto alla morte di Beatrice (14°.13’), come assolutamente richiesto e puntualizzato da Dante. Io sono stato quello che, esclusivamente, dopo sette secoli ci è riuscito. La morte di Beatrice è avvenuta l’8 giugno 1290 dopo calato il Sole (19h.50’) e quindi, liturgicamente, eravamo allora già alla festa del giorno dopo, del Venerdì 9 giugno 1290. A seconda della valutazione il fenomeno attuale dell’apparizione della “gentile donna giovane e bella molto”, avvenuta il 15 Agosto 1293 alle 19h.00’, può essere considerato, o in base al tempo civile, o al tempo liturgico.
    A) (tempo civile). Il 15 Agosto 1293 era la FESTA DELL’ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE AL CIELO (festa peculiarmente medievale e di origine orientale: Cfr. Charles Journet, “L’Assunzione della Vergine” – Libreria Editrice Fiorentina – Firenze, 1953). Probabilmente Dante intende assunzione al IX Cielo cristallino, acqueo e di Maria quale dimora simbolica della Beata Vergine e in cui Beatrice, dopo la sua morte, dichiara Dante, andò a gloriare (Vita Nuova, XXVIII, 1). Anche per l’ubicazione di una tale superiore dimora, rispetto ai cieli sottostanti , noi dobbiamo alla beata vergine Maria un esclusivo culto di iperdulia. Abbiamo dunque, semplice “dulia” per i santi, “iperdulia” esclusivamente per la Madonna, e “perfetta adorazione” per la Santissima Trinità, ciò che conforta che il cielo di Maria possa essere simbolicamente, anche in Dante, il nono Cielo cristallino ed acqueo. La preghiera di san Bernardo alla Vergine (Par., XXXIII, 1 – 39) è un meraviglioso esempio di iperdulia. L’acqua del Cristallino viene trasformata da Dante in candidi fiocchi di neve (L’Inverno è infatti per lui “freddo e umido” – Convivio, IV, XIII, 13 – 14 – diversamente che per Tolomeo – Tetrabiblos, I, X, 1 -) in ricordo del Natalis Solis invicti, della Natività di Cristo, del giorno in cui il Sole faceva ingresso nel segno del Capricorno: il 25 Dicembre. Recita Dante nel momento in cui entra nel nono Cristallino: “Sì come di vapor gelati fiocca / in giuso l’aere nostro, quando ‘l corno / de la capra del ciel col sol si tocca, …” (Par., XXVII, 67 – 69).
    B) (tempo liturgico). Calato il Sole sul 15 agosto 1293 è la FESTA DI SAN GIACINTO CONFESSORE: e qui sono le 19h.00’ in cui il Sole è già calato. Abbiamo detto che in questo momento Dante fu visto e vide la “gentile donna giovane e bella molto” (Vita Nuova, XXXV, 2) corrispondente alla scienza cristiana della “MORALE FILOSOFIA” e anche alla scienza pagana della “FILOSOFIA DI PITTAGORA” (Convivio, II, XV, 12). Tale scienza, scrive Dante, è “figlia de lo Imperadore de lo universo”, Gesù Cristo (Convivio, II, XV, 12; II, II, 1), analogamente a come anche Maria è, ed è chiamata dal Poeta, figlia di Gesù Cristo: “Vergine madre, figlia del tuo figlio,” (Par., XXXIII, 1). Non meraviglierà dunque che la Morale Filosofia, quale dichiarata figlia di Gesù Cristo, si trovi nel Cielo di Maria anch’essa Figlia di Gesù Cristo. È la scienza del IX Cielo cristallino e di Maria, unitamente alla vis di questo stesso cielo e alla sua virtus, che fa poi empiricamente muovere tutto l’Universo: ovviamente per volontà del X Empireo che resta immobile. È dunque Maria con la sua scienza, quella dei Profeti, a far muover il mondo? Siccome la scienza della Morale Filosofia e della Filosofia di Pittagora è la scienza di Maria e dei profeti, sembra quasi che il mondo, senza i profeti, non sarebbe in grado di muoversi, o di evolvere: e questo è ribadito sempre dalla liturgia del giorno di concepimento di Beatrice, festa di santo Stefano protomartire.
    La liturgia di questo giorno 16 agosto 1293 così recita: “Beatus vir, qui suffert tentationem: quoniam cum probatus fuerit, accipiet coronam vitae. Alleluja”, che ricorda l’incoronazione di Dante-profeta da parte di Virgilio alla sommità del Purgatorio per avere egli stesso finalmente vinto la tentazione. Si legge: “libero, dritto e sano è tuo arbitrio, …. Per ch’io (Virgilio) te (Dante) sovra te (la tua testa) corono e mitrio” (Pur., XXVII, 139 – 142).

    Da notare che i giorni che riguardano Beatrice cadono tutti di VENERDÌ e quelli di Dante di MARTEDÌ per l’analogia simbolica fra Venere (Lei- BEATRICE) e Marte (Lui – DANTE): un’analogia ricordata anche dal quadro di Sandro Botticelli “Venere e Marte”. Ma ci vogliamo dare una mossa… Intuitivamente, lo capirà anche Lei, la verità è chiarissima. C’è solo da prendere in considerazione come io sono arrivato scientificamente, oggettivamente, a raggiungerla. E’ scomodo? Ma tutto ciò che riguarda il nostro futuro, per le sue novità, è scomodo, però è quello che noi saremo. Puerile, sciocco chiudere gli occhi. Meraviglioso aprirli se si aspira ad un nuovo modo del mondo, ma anche a fare politica specialmente a partire da Firenze. Non la prenda questa mia, caro Sindaco, come una messa in mora. Ad altri sarebbe spettata la verifica di queste verità. Lei surroga per … (?). Comunque pensi che se i nostri migliori studenti e ricercatori non vedono presa in considerazione, analizzata ed eventualmente rimeritata, questa mia complessa, faticossissima ed importantissima ricerca durata più di venti anni continuativi, cosa possono aspettarsi dalle loro a cui ragionevolmente potranno immaginare di dedicare non più di un anno? E questa meditazione è politica! Questa mia lettera corrisponde anche ad una “mappa” dantesca che se fosse stata messa a punto secoli addietro la nostra cultura sarebbe stata sicuramente diversa e migliore.
    Con un saluto.
    GIOVANGUALBERTO CERI
    Tel. 055 – 650.55.37 – Cell. 333.396.1191 – E-mail: giovangualberto@tiscali.it

  3. DANTE OGGI.
    In MEMORIA, del mio amico di Mons. ENRICO BARTOLETTI, Segretario Generale della CEI, l’Alter ego di PAOLO VI e il TRAGHETTATORE della Chiesa in Italia dopo il CONCILIO VATICANO II, e del caro Professor, Dr. Ing. WILHELM FUCKS, Senior dell’Accademia delle Scienze della Repubblica Federale di Germania, che con molto entusiasmo approvò e condivise il mio faticosissimo indirizzo di studi.
    Oggi 15 agosto 2013 è la festa di Santa Maria Assunta in Cielo: una festa liturgica di sapore cristano-orientale e medievale, come ricorda anche Charles Journet, tanto apprezzata anche da papa Celestino V, cioè da Pietro dal Morrone (cfr. Basilica di Collemaggio a l’Aquila), ed oggi “assai molto” dimenticata. Per rilanciarne la bellezza e l’importanza sarebbe sufficiente che fosse permessa dal VATICANO la giusta interpretazione da dare al capitolo II, del trattato secondo, primo capoverso, del CONVIVIO di Dante: e questo anche stimolando a farlo il Cardinale Presidente della prestigiosa “CASA DI DANTE IN ROMA”. Perché no…?
    Se fosse permessa la giusta interpretazione da dare al citato passo del Convivio (II, II, 1 e II, XV, 12) risulterebbe che la qualificantissima scienza medievale della MORALE FILOSOFIA, la scienza dei PROFETI!!!, posta da Dante nel nono Cielo cristallino, acqueo e di Maria, apparve a Dante proprio il 15 AGOSTO 1293, per la festa di SANTA MARIA ASSUNTA IN CIELO, e non dunque il 21 agosto 1293 come tutti gli esegeti erroneamente asseriscono per non essere stati in grado di fare bene i calcoli, ed anche, un po’, per distrazione. Da qui il rilancio liturgico della liturgia del 15 AGOSTO in generale e dunque dell’Assunzione al cielo della Beata Vergine e anche di quello della scienza dei Profeti: quindi tutto attraverso Dante. Scrive così Dante: “Cominciando adunque, dico che la stella di Venere due fiate rivolta era in quello suo cerchio che la fa parere serotina e mattutina, secondo diversi tempi, appresso lo trapassamento di quella Beatrice beata che vive in cielo con gli angeli e in terra con la mia anima, quando quella gentile donna (LA MORALE FILOSOFIA CRISTIANA fondata sulla pagana FILOSOFIA di PITAGORA), cui feci menzione ne la fine de la VITA NUOVA (Vita Nuova, XXXV, 2), parve primamente, accompagnata d’Amore a li occhi miei, e prese luogo alcuno ne la mia mente (Convivio, II, II, 1). Dalla giusta interpretazione da dare al citato passo, la mia qualificantissima scoperta di cui è a conoscenza anche don Lorenzo Lavatori docente di Teologia Dogmatica all’Università Pontificia Urbaniana. Il problema è abbastanza semplice, se interessa il modo di pensare autentico di Dante e rilanciare la LITURGIA CRISTIANA. Per stabilire il giorno liturgico in cui la “gentile donna giovane e bella molto” (Vita Nuova, XXXV, 2), simboleggiante la predetta scienza medievale della Morale Filosofia (Convivio, II, XIV, 14), apparve a DANTE, ed ovviamente proprio e sicuramente in questo giorno poiché era quello idoneo, giusto e solenne, è sufficiente calcolare con precisione quando Venere ritornò, per la seconda volta, come autenticamente ed esattamente afferma Dante, ad avere la medesima esatta ELONGAZIONE (distanza dal SOLE) che aveva al momento della morte di Beatrice avvenuta l’8 giugno 1290. Quando l’8 giugno 1290 (alle 19h.50’ circa) morì Beatrice Venere aveva 14°.13’ di elongazione occidentale al Sole: il fenomeno è scientificamente oggettivo. Quando ritornò ad avere la medesima elongazione, 14°.13’ occidentali, per la seconda volta era il 15 agosto 1293 (alle 19h.00’ circa). Provare per credere!!! Il gravissimo errore degli esegeti è stato qui di aver proceduto grossolanamente aggiungendo alla data dell’8 giugno 1290, i fatidici 1168 giorni che è il tempo medio impiegato da Venere per fare due rivoluzioni. Ma il tempo medio, che conduce al 21 agosto 1293, non corrisponde affatto al tempo reale, a quello impiegato effettivamente da Venere dall’8 giugno 1290 all’agosto del 1293 e che conduce esattamente al 15 agosto 1293. Provare per credere!!! Da tener presente inoltre che quella TEOLOGIA che Dante indica come la scienza più alta, e che per questo pone nel decimo cielo, il più alto et ultimo, l’Empireo, non è affatto la TEOLOGIA RAZIONALISTA come affermano i dantisti, o non sono affatto le semplici PAROLE DEL VANGELO come, un po’ meglio ed intelligentemente, rettifica il caro professor Cesare Vasoli, ma sicuramente è la nostra SACRA TEOLOGIA LITURGICA a cui il Poeta ricorrerà nella COMMEDIA, all’insaputa dei dantisti stessi, per ben quaranta volte precise, e del tutto logicamente, se pur sorprendentemente (Dante Balboni). Io è da vent’anni che mi meriterei di essere ascoltato, e Dotatino Domini della Classense me lo aveva promesso con la sua lettera del 31 agosto 1994, ma per ora tutte pedate negli stinchi. Chi sa cosa dirà il mio amico Mons. Enrico Bartoletti di la su, forse quasi papa se non fosse morto (?) prima del suo grande amico PAOLO VI. E pensare che io, con la mia scoperta, ho semplicemente tentato di difendere la nostra SACRA TEOLOGIA LITURGICA come comanda la Costituzione conciliare SACROSANCTUM CONCILIUM sulla SACRA LITURGIA del 4 dicembre 1963. Mi scriveva in data 22 settembre 1963 il Bartoletti da Lucca in partenza per Roma, al Concilio sulla liturgia: “Caro Giovangualberto, … da Roma al Concilio penserò spesso anche a te e forse porterò qualcosa delle tue salutari inquietudini. …” (ovviamente anche liturgiche e che mi hanno poi condotto a fare le mie tante scoperte astrologico-liturgiche sull’Opera dantesca). Evviva, nel merito, il silenzio del VATICANO !!! Vedremo se, sposandolo, andrà molto lontano. Con un saluto. F.to GIOVANGUALBERTO CERI

  4. IN RISPOSTA A PIERO FAVINI sulla CENSURA.

    Caro Piero, GRAZIE per le tue parole APOLOGETICHE del mio scientifico interloquire con CHIESA CATTOLICA. Vedi, prima di morire mons. ENRICO BARTOLETTI, quale Profeta, mi confidò nel 1974, che l’avrebbero ASSASSINATO per le sue idee ECUMENICHE. Questa SUA confessione non costituiva però, per me,nessuna novità, poiché quando Lui mi portò nel 1955 a vedere, alla Festa del Teatro a San MINIATO, “IL POTERE E LA GLORIA” di Graham Greene, mi disse che lui era come quel prete, che non mi facessi illusioni, e che avrebbe fatto però anche la sua stessa fine: ASSASSINIO!!!! Ma la CHIESA CATTOLICA non credo voglia approfondire l’argomento, poiché i SANTI per Lei devono tutti essere tirati a lucido, impeccabili. Per quanto attiene alla richiesta di CENSURA, da te indicatami, si vede che questa certa Maria Elena Petrazzini e Alessio Palmisano, non riescono a meditare, a pensare, e neanche ad entrare nel merito delle mie “PENSATE”, e rispondermi, e per cui chiedono, infantilmente (in senso PLATONICO e DANTESCO) di BLOCCARE IL MIO LINK, come tu mi dici. E’ un atteggiamento una volta molto consueto all’INQUISIZIONE, sia Medievale, che Romana, che Spagnola, ma poi i CITTADINI fecero l’ILLUMINISMO e la Rivoluzione Francese, e il vento cambiò. A parte qualche vicenda andata male, come nel caso, p.e., del DIALOGO DELLE CARMELITANE SCALZE – “L’ULTIMA AL PATIBOLO”, di Georges Bernanos (1952, TSM), per il resto, l’ILLUMINISMO, è tutto DISSOTTERRAMENTO DEL VANGELO. Un dissotterramento che, se avessero lasciato parlare Cecco D’Ascoli, Maister Eckhart, Raimondo Lullo, Pietro D’Abano, ecc., e non avessero modificato, indebolendolo enormemente, il pensiero di SAN FRANCESCO e di DANTE, l’Illuminismo stesso non avrebbe avuto motivo di esistere e, così, nemmeno la Rivoluzione Francese. Ma vai a farglielo capire….!!!!!!!!!!! Provaci tu…!!!

  5. A Papa FRANCESCO sulla FESTA di SANTA MARIA ASSUNTA di oggi 15 Agosto 2014.

    Oggi 15 agosto 2014 è la festa di Santa Maria Assunta in Cielo: una festa liturgica di sapore cristano-orientale e medievale, come ricorda anche Charles Journet, tanto apprezzata anche da papa Celestino V, cioè da Pietro dal Morrone (cfr. Basilica di Collemaggio a l’Aquila dedicata all’ASSUNTA), ed oggi ASSAI MOLTO DIMENTICATA.

    Caro Papa FRANCESCO non è più il caso di procedere così…………….!!! Per rilanciarne la bellezza e l’importanza del 15 AGOSTO, festa di Maria Assunta in Cielo (e per Dante assunta nel SUO PROPRIO cielo – Vita Nuova, XXVIII, 1), sarebbe sufficiente che fosse permessa dal VATICANO la giusta interpretazione da dare, tutta matematica ed astronomica, al capitolo II, del trattato secondo, primo capoverso, del CONVIVIO di Dante: e questo anche stimolando a farlo il Cardinale Presidente della prestigiosa “CASA DI DANTE IN ROMA”. E se no che cosa ci sta a fare un Cardinale della CHIESA nella casa di Dante se tace una verità tutta LITURGICA solennemente affermata dallo stesso Poeta…??? Per Lui io sarei un DILETTANTE IGNORANTE…??? Io sostengo invece il contrario…!!! E veniamo a noi.

    Se fosse permessa la giusta interpretazione da dare al citato passo del Convivio emergerebbe, contrariamente a quello che sostengono da sempre i dantisti, che la SCIENZA DEI PROFETI, costituita dalla “MORALE FILOSOFIA” medievale e simboleggiata, da Dante, nella “gentile donna giovane e bella molto”, non apparve al Poeta affatto il 21 agosto 1293, cioè in un giorno qualsiasi, insignificante, ma per la Festa solenne di MARIA ASSUNTA IN CIELO del 15 AGOSTO 1293. Il VATICANO se ne frega…??? Ma non così l’avvenire della nostra AMATA religione cristiana. Lei cosa dice…???

    Si legge infatti nel Convivio: “Cominciando adunque dico che la stella di Venere due fiate rivolta era in quello suo cerchio che la fa parere serotina e mattutina, secondo diversi tempi, appresso lo trapassamento (che avvenne l’8 giugno 1290) di quella Beatrice beata che vive in cielo con li angeli e in terra con la mia anima, quando quella gentile donna (LA SCIENZA DEI PROFETI), cui feci menzione nella fine de la Vita Nuova (XXXV,2), parve primamente, accompagnata d’Amore, a li occhi miei e prese luogo alcuno ne la mia mente (introducendo Dante alla via della salvezza: II, II, 1 e II, XV, 12). Dunque quando apparve a Dante la SCIENZA DEI PROFETI, la Morale Filosofia…??? Risulta oggettivamente che la scienza dei PROFETI, fondata a sua volta per Dante sulla pagana scienza di PITAGORA, e posta da Dante stesso nel nono cielo Cristallino, acqueo e di Maria, apparve al POTETA proprio il 15 AGOSTO 1293, per la festa di SANTA MARIA ASSUNTA IN CIELO, e non dunque il 21 agosto 1293 come tutti gli esegeti più o meno erroneamente asseriscono per non essere stati in grado di fare bene i calcoli, o per imperizia, o per codardia. Ma questa mia scoperta è una magnifica esaltazione e rivalutazione del 15 AGOSTO, festa dell’ASSUNTA. Invece tutti zitti anche in VATICANO. Da qui ci sarebbe appunto anche il rilancio liturgico del 15 AGOSTO in generale. Cominciamo dal 15 Agosto 2014…???

    RIPETO, data l’importanza, cosa scrive Dante: “Cominciando adunque, dico che la stella di Venere due fiate rivolta era in quello suo cerchio che la fa parere serotina e mattutina, secondo diversi tempi, appresso lo trapassamento (avvenuto l’8 giugno 1290 – Vita Nuova, XXIX, 1-2) di quella Beatrice beata che vive in cielo con gli angeli e in terra con la mia anima, quando quella gentile donna (LA MORALE FILOSOFIA CRISTIANA fondata sulla pagana FILOSOFIA di PITAGORA), cui feci menzione ne la fine de la VITA NUOVA (Vita Nuova, XXXV, 2), parve primamente (ed era oggettivamente il 15 Agosto 1293), accompagnata d’Amore a li occhi miei, e prese luogo alcuno ne la mia mente (Convivio, II, II, 1). Del preciso calcolo da fare circa il citato passo, la mia qualificantissima scoperta di cui è a conoscenza anche don RENZO LAVATORI docente di Teologia Dogmatica all’Urbaniana. Il problema è abbastanza semplice, se interessa rilanciare la LITURGIA CRISTIANA, magari partendo anche da questa qualificantissima festa medievale. Per stabilire il giorno liturgico esatto in cui la “gentile donna giovane e bella molto” (Vita Nuova, XXXV, 2) simboleggiante la predetta scienza medievale della Morale Filosofia (Convivio, II, XIV, 14), apparve a DANTE, è sufficiente calcolare con precisione quando Venere ritornò, per la seconda volta, ad avere la medesima esatta ELONGAZIONE (distanza dal SOLE) che aveva al momento della morte di Beatrice avvenuta sicuramente e per dichiarazione di Dante l’8 giugno 1290: mi scusi le ripetizioni fatte per non perdere il filo logico-matematico. Orbene, quando l’8 giugno 1290 (alle 19h.50’ circa) morì Beatrice (Vita Nuova, XXIX, 1-2) Venere aveva 14°.13’ di elongazione occidentale al Sole: il fenomeno è scientificamente oggettivo. Quando ritornò ad avere la medesima elongazione, 14°.13’ occidentali, per la seconda volta era il 15 agosto 1293 (alle 19h.00’ circa). Santità, PROVARE PER CREDERE…!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!. L’ERRORE, o ORRORE, degli esegeti è stato qui di aver proceduto grossolanamente aggiungendo alla data dell’8 giugno 1290, i fatidici 1168 giorni che è il TEMPO MEDIO (calcolato perciò su decine di volte del darsi del fenomeno astronomico dunque su secoli) impiegato da Venere per fare due rivoluzioni sinodiche. Ma il tempo medio, che non è ovviamente esatto…!!!, non è quello reale, vero, mentre Dante qui pretende l’esattezza. Il tempo medio non è rigorosamente scientifico e per questo conduce al 21 agosto 1293 come affermato erroneamente i Dantisti. Quello reale, vero, e che dunque non può essere dedotto FACENDO LA MEDIA DEI TEMPI, conduce infatti, non al 21 agosto, ma esattamente al 15 agosto 1293 e, da qui, il grave errore che incide anche sul giorno liturgico, sull’identificazione della FESTA LITURGICA, quando addirittura DANTE pone la nostra SACRA TEOLOGIA LITURGICA nel cielo più alto, nel decimo cielo Empireo. Santità, qui assistiamo ad un tradimento della sensibilitrà cristiana di Dante. Mi verrebbe voglia di dirLE: si dia daffare poiché la questione è grossa, anche dal punto di vista ECUMENICO. Io è da vent’anni che mi meriterei un premio anche LITURGICO, e invece tutte pedate negli stinchi. Chi sa cosa dirà il mio amico Mons. Enrico Bartoletti di la sù, forse quasi papa se non fosse morto (diciamo morto…???) prima del suo grande amico PAOLO VI. E pensare che io, con la mia scoperta, ho semplicemente tentato di difendere la nostra SACRA TEOLOGIA LITURGICA come comanda la Costituzione conciliare SACROSANCTUM CONCILIUM sulla SACRA LITURGIA del 4 dicembre 1963. Evviva il silenzio del VATICANO !!! Vedremo se andrà molto lontano. In faccia all’ISLAM e ai MONGOLI (oggi ai RUSSI), come diceva RUGGERO BACONE, ci vuole la VERITA’. F.to GIOVANGUALBERTO CERI

  6. A Papa FRANCESCO perché in questo momento storico gli vengano fertilmente in mente tre PROFETI, di quelli che Papa K. WOYTJLA diceva invece che ormai non ne avremmo avuto più bisogno: GIOACCHINO DA FIORE, RUGGERO BACONE e DANTE ALIGHIERI.

    Io, per l’IRAQ, avrei una soluzione, ma non mi si ascolta…!!! Tentare, con un miracolo fatto da qualche santo ben accreditato in VATICANO, o da CHIESA CATTOLICA, di RESUSCITARE SADDAM HUSSEIN. Lui rimetterebbe in dietro sufficientemente l’orologio. Eppure quando Bush iniziò la guerra in Iraq contro SADDAM per le Torri Gemelle molti, anche in VATICANO, non sembravano contrari al conflitto al fine di portare, mi immagino, con la DEMOCRAZIA anche più CRISTIANESIMO in quelle regioni. Le intenzioni sottaciute, silenziose, di papa K. WOYTJLA, a me, sembrarono allora queste. Forse ricordo male…??? Mi sbaglio…??? Mentre mi sembra comunque anche di ricordare però che sul VANGELO c’è scritto, fra le altre cose: CHI DI SPADA FERISCE, DI SPADA PERISCE. Se le cose stanno intimamente, sottilmente, politicamente, così… allora non ci resterebbe altro, sotto il profilo evangelico,che aspettare di perire. Dante comunque dice nel CONVIVIO, riprendendo la BIBBIA (Convivio, IV, VI, 17-20) e dando ragione da RUGGERO BACONE, che la POLITICA non può essere lasciata in mano ai FANCIULLI: e qui di FANCIULLI (Convivio, IV, VI, 19 – 20), sembra essercene stati tanti. Sui miei studi su Dante inneggianti alla celebrazione della SACRA TEOLOGIA LITURGICA di tutte le religioni per mantenere, o arrivare, alla PACE, fisica, psichica e mentale, o spirituale, come consiglia Dante in base alle mie scoperte e ai miei scritti, Papa K. WOYTJLA mi mandò la Sua graditissima Benedizione Apostolica, e così fece anche Papa Ratzinger, ma tennero però nel cassetto questa mia nuovissima, CAPOVOLGENTE, MAGNIFICENTE e MAGNANIMA verità dantesca invece di farla divulgare. Male si fece, per me…!!! Molto male…!!! E anche per RUGGERO BACONE (1214 -1294) che ben aveva valutato l’ISLAM. BACONE sostiene infatti che se non si dà retta al VANGELO, all’interpretazione che del Vangelo stesso ne dà il frate cistercense GIOACCHINO DA FIORE (1130-1202), “di spirito profetico dotato” dice DANTE (Par., XII, 140-141), saremo invasi da sud dall’ISLAM e da est dai MONGOLI-RUSSI. Quando…? Sembrerebbe, per Bacone, ai tempi in cui le carrozze viaggeranno senza cavalli e potranno perfino volare in cielo come gli uccelli.
    Per intanto….

    SU DANTE e DINTORNI in omaggio a quella CULTURA che vuole essere autentica.
    Cfr. anche DVD TV CANALE 10, intervista di UMBERTO CECCHI, Google su YOUTUBE: http://www.youtube.com/watch?v=wV4vEG15yjA.

  7. Supplemento telematico quotidiano di Quaderni Radicali Sono le 22:56:45 di Domenica, 9 Agosto | Forum | Associazioni | Quaderni Radicali | Contatti | Redazione | | Home | Editoriali | Commenti | Interni | ESTERI | Cronaca | Stile libero | Interviste | Economia e finanza | Rubriche | Recensioni | Documenti | | Medicina e psichiatria | Medicina integrativa | Libri | Moratoria pena di morte | Documenti | Scienza e tecnologia | Rimandi | Video | Home Rubriche Voci oltre il Tevere. Mons. Enrico Bartoletti ”beato”? Voci oltre il Tevere. Mons. Enrico Bartoletti ”beato”? domenica 11 novembre 2007 di MAURIZIO DI GIACOMO A Lucca, si è aperta oggi, domenica 11 novembre 2007, la fase diocesana della causa di beatificazione/canonizzazione di mons. Enrico Bartoletti, segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana, dal 1972 al 1976, sotto Paolo VI. Mons. Bartoletti è stata una figura di spicco nel lavoro per far sì che le indicazioni del Concilio Vaticano II, conclusosi nel dicembre 1965, entrassero nella quotidianità delle diocesi e delle parrocchie italiane. Come segretario della Conferenza Episcopale Italiana egli aveva cogestito la sconfitta nel referendum per l’abrogazione della legge sul divorzio del 12 maggio 1974, un trauma per l’ establishement cattolico italiano ancora non riassorbito. Mons. Bartoletti aveva anche gettato le basi del convegno ”Evangelizzazione e Promozione Umana” dell’autunno 1976, a Roma, e che ha segnato l’inizio del distacco della Santa Sede e della Conferenza Episcopale Italiana rispetto al sistema dei partiti italiani nel quale svettava la Democrazia Cristiana. Quel convegno, un giorno, sarà provato anche con documenti, ha preparato la strada all’elezione del primo pontefice polacco della storia ovvero di Karol Wojtyla. All’iniziativa a Lucca, è stato presente anche l’umbro mons. Giuseppe Betori, attuale segretario generale dei vescovi italiani e secondo alcuni analisti in corsa nella successione, nella primavera 2008, come nuovo vicario del papa per la diocesi di Roma in sostituzione del più che 77enne cardinale Camillo Ruini, presenta altri motivi di interesse. È un’iniziativa che suona come una smentita a un commento che, secondo una sorta di leggenda metropolitana, avrebbe espresso la morotea Maria Eletta Martini, nativa di Lucca e molto vicina a mons. Bartoletti, a margine di una conferenza a ”La Civiltà Cattolica” e che riferisce di un commento che sarebbe stato fatto da parte di mons. Ghidelli allora assistente ecclesiastico della sede milanese dell’Università Cattolica del Sacro Cuore: ”Le agende di mons. Bartoletti? Non le pubblicheranno mai. Verrebbe fuori il suo ruolo politico …”. È un fatto però che mons. Italo Castellani attuale vescovo di Lucca ha annunciato che nei ”prossimi anni” verranno pubblicati i pensieri spirituali di mons. Bartoletti affidati a quelle agende. Ma c’è un altro risvolto. Mons. Bartoletti nel seminario di Firenze è stato tra gli insegnanti di Lorenzo Milani. Alla vigilia della consacrazione episcopale di mons. Bartoletti, nel 1958, quale ausiliare di Lucca, don Milani scrisse da Barbiana due lettere taglienti. In uno di quei due testi, resi noti nel 1994, (un’altra leggenda metropolitana attribuisce sempre a Maria Eletta Martini tale commento ” Fosse dipeso da me non li avrei pubblicati!) ” raccontava del suo silenzio rispetto alle insinuazioni diffuse da un qualche suo confratello di essere un ”finocchio”. È un altro fatto che una serie di personaggi che hanno avuto a che fare con don Milani sono in corsa verso la gloria degli altari: Giorgio La Pira ex sindaco di Firenze (che tra un due anni potrebbe essere ‘beato’), mons. Giulio Facibeni, fondatore dell’ Opera Madonnina del Grappa e il cardinale Elia Della Costa, arcivescovo di Firenze. Nessuna iniziativa analoga si profila sul versante di don Milani. Sia perché finché ”Esperienze Pastorali” il suo unico libro resta nella lista dei testi sanzionati dal Sant’Offizio (il provvedimento fu reso pubblico il 20 dicembre 1958 sotto Giovanni XXIII) e neppure di avviare una causa di beatificazione si parla. In secondo luogo finché vi sono ex allievi milaniani che sono riusciti nell’epica impresa di occultare centinaia di lettere inedite di don Milani e di pubblicarne un 135 in modo monco e sul piano storico-critico con criteri inaffidabili, sarà difficile trovare un vescovo di buona volontà per avviare, almeno, una causa di beatificazione di colui che nell’inverno 1964 sul settimanale ”Vie Nuove” fu definito ”Il Savonarola del Mugello ”. Quell’articolo era stato scritto da Gianni Toti, un giornalista scomparso un paio di anni orsono e citato più volte, in maniera positiva, dal diplomatico italiano morto in Grecia, D’Orlandi, nel suo voluminoso ”Diario Vietnamita 1963/67”, con meritoria iniziativa dalla casa editrice collegata al mensile ”30 Giorni”. ===================================== Commenti (15) 31-07-2009 22:06 DANTE NATO IL 2 GIUGNO E LA PROFEZIA DE Non saranno radi coloro che hanno potuto notare in Monsignor Enrico Bartoletti, ancor prima che fosse nominato, dal 1972 al 1976, Segretario Generale della CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, la presenza della GRAZIA DI PROFEZIA. A me predisse da ragazzo, per esempio, che avrei fatto più tardi delle importanti scoperte su Dante e sul medioevo e mi consigliò, credo anche a tal fine, di laurearmi in FILOSOFIA. Il simpatico annuncio risaliva a qualche settimana prima di essere stati insieme a vedere, il sabato 20 agosto 1955 festa di san Bernardo di Chiaravalle, il maestro di Date, di GRAHAM GREENE, la prima assoluta de IL POTERE E LA GLORIA. Lo spettacolo avveniva per la IX Festa del TEATRO A SAN MINIATO a cui lui aveva dato un suo personale contributo. C’era vicino a noi anche il Presidente della Repubblica Italiana GIOVANNI GRONCHI, ma alla fine dello spettacolo il Bartoletti disse qualcosa di simile ad un ’defiliamoci’, e così avvenne. Rimasi male. Forse lui non si ricordava che, fra le scoperte su Dante che avrei dovuto fare, c’era anche quella della data di nascita di DANTE PERSONAGGIO corrispondente al Martedì 2 Giugno 1265 e di cui qui di seguito, a titolo di esempio, tratterò. Siccome tale data, dopo averla scoperta, sarebbe coincisa con quella di nascita della nostra Repubblica Italiana, poiché nata la Domenica 2 GIUGNO 1946, di conseguenza tutti i Presidenti della nostra patria repubblicana avrebbero duvuto essere interessati, per me, a questa coincidenza e perciò anche il presidente GRONCHI se avesse potuto immaginarsela. Sicché, in quell’occasione, una stretta di mano al nostro Presidente penso sarebbe stata di buon auspicio, profeticamente calzante, incoraggiante: e invece, purtroppo, non ci fu. Monsignor Bartoletti mi predisse che avrei fatto importanti scoperte su Dante, è vero! Ma io adesso ho anche elementi sufficienti per potere immaginare di non essere stato l’unico a cui lui fece dei presagi, e altrettanti ne avrei anche per pensare che oggi, su Dante, effettivamente nel mio caso centrò il bersaglio alla grande. Sarà vero? Lo capirà il lettore. Siamo qui di fronte a due accertamenti a cui si arriva, come per i famosi due piccioni, utilizzando una sola attraente ed originale scoperta. Da una parte c’è il Profeta di questa, il Bartoletti, e dall’altra chi questa stessa scoperta avrebbe fatto, me stesso. Orbene, appariranno entrambi, uno Profeta e l’altro Scopritore, appena risulterà chiaro che Dante personaggio è stato fatto nascere, appunto, il 2 GIUGNO. Monsignor Bartoletti paragonò le mie future scoperte, per importanza storico-culturale, a quelle fatte da HEINRICH SCHLIEMANN su Troia e la civiltà micenea. Pensai che non sarebbe stato male, e mi sentii subito incoraggiato ad andare avanti. Però oggi sono costretto a pensare, che non è detto che una persona che dovrebbe risultare assai apprezzabile per le scoperte che ha fatto, appaia poi così in vita sua se la cultura ufficiale non ha l’umiltà e la forza morale di riconoscergliele. E così pensando sento di essermi già riagganciato ad una convinzione fondamentale della personalità del Bartoletti che sarà bene mettere subito meglio a fuoco. Nella mentalità del Bartoletti esisteva un autentico impegno esistenziale, una litania ontologico-mistica di sapore attivistico-scettico, con funzione anche didattica, in parte riassumibile, sul piano logico, nel FARE NONOSTANTE QUESTO DIFFICILMENTE POSSA CONDURRE AD UN AVERE. Forse oggi anch’io, nel mio fare, dovrei richiamarmi a questa idea di sopportazione a causa dell’ESILIO a cui sono state condannate le mie faticose scoperte dal mondo accademico? Ovviamente però anch’io, come Dante, ’CONTRA MIA VOGLIA’ (CONVIVIO, I, III, 4). Monsignor Bartoletti ribadì l’importanza di questa tensione-intenzione nell’operare quando mi portò a vedere IL POTERE E LA GLORIA, e inoltre anche quando mi regalò, poco dopo, con dedica 3 Giugno 1956, dell’esistenzialista cattolico francese Alfonso Gratry, LA SETE E LA SORGENTE (S.E.I., Torino, 1949. Il Bartoletti amava, di Gratry, qualche volta ripetere la frase, alzando il calice: PER NOI E PER GLI DEI. E così forse dovrei fare anch’io oggi; ma siccome l’idea non mi piace affatto, né mi sembra utile sotto il profilo politico-culturale, anche per questo sto batendo clamorosamente i piedi. A questo punto sarà bene ricordare, però immaginandoselo, come anche il BARTOLETTI con PAOLO VI, data la situazione di DISSODAMENTO politico-culturale a cui erano cristianamente intenti, o di isolamento in cui erano venuti a trovarsi, si siano dovuti atteggiare intimamente insieme, così esistenzialisticamente nella maniera enunciata dal Gratry, accettando questo attivo scetticismo ancor meglio racchiuso nel simbolo, IN SPE FORTITUDO. Una pericolosa, se pur cristiana malattia, che il Bartoletti sarebbe riuscito ad attaccare anche al Vicepresidente della C.E.I., a monsignor ALBINO LUCIANI, ovviamente soprattutto perché naturalmente predisposto. Ci sarebbe inoltre anche un soprannome, affibbiato da alcuni seminaristi a mons. Bartoletti negli anni ’40 – ’50, che condurrebbe sempre a questa sua idea, IN SPE FORTITUDO. Orbene se le cose, circa il riconoscimento dei miei lavori, stessero veramente messe male così, in tal caso allora la realtà sarebbe la seguente. Non dandomi l’Accademia ufficialmente ragione, la gente non si potrà convincere che mons. Bartoletti, riguardo a quello che mi predisse, fu realmente un PROFETA fin tanto che i suoi amici più intimi, o i suoi estimatori, o i postulanti la Causa della sua beatificazione, non entreranno loro nel merito della veridicità scientifico-oggettiva di quanto da me portato originalmente alla luce, approvandolo. In tal caso il Bartoletti risulterebbe però un Profeta solo per la Chiesa, e non anche per l’Accademia. Ma lo stesso Bartoletti, quale amico del futurista GIOVANNI PAPINI, non lo avrebbe affatto disdegnato. Dunque sfidi la Chiesa, sulla questione da me posta, se lo crede, il comportamento dell’Accademia e rimandi ai posteri il verdetto finale. Posso assicurare che essa risulterà vincente contro questo attuale disamorato e disamorante laicismo al riguardo della ricerca della verità nelle lettere e nella cultura passata. Il compito intravisto non sarà troppo difficile. Si dovrà però accettare di SURROGARE i professori competenti dell’Accademia anche perché,sul mio caso, oggettivamente assenti quando non avrebbero dovuto; oppure anche perché semplicemente distratti da doveri maggiormente stimolanti. Mentre ritengo il fenomeno profetico EXTRA ORDINEM NATURAE, spiritualmente assai rilevante e al tempo stesso forse più facile da controllare dei miracoli, personalmente credo di potere affermare che, senza la profezia fattami dal Bartoletti su Dante, assai più difficilmente avrei centrato il mio bersaglio. Sicuramente lo averi fatto più tadi. Quindi nel mio caso pur sempre di Grazia ricevuta, da mettere nell’elenco di quelle dei santi, si tratterebbe. Al fine di dimostrare sintomaticamente che io, su Dante, ho fatto quelle scoperte che il Bartoletti mi aveva profetizzato, scelgo di sinteticamente commentare, appunto e come ho già preannunciato, quella del giorno di nascita di Dante personaggio che Dante persona, il Poeta vivo, indica nel Canto XXII, vv. 110 – 117, del PARADISO. Tale scoperta è, ovviamente, a titolo di esempio. La rivista SOTTO IL VELAME di Torino dell’Associazione Studi Danteschi e Tradizionali diretta da RENZO GUERCI, è peculiare, tanto alla scienza del nono cielo di Maria ove ”lo segnore de la giustizia chiamoe questa gentilissima se ha ritenuto di segnalare la mia attività filologico-letterario-scientifica al THE NOBEL FOUNDATION – LITERATURE – box 5232, SE – 102 45 – STOCKHOLM – SVEZIA, sarà stato anche per le mie molte altre dimostrate scoperte. La data di nascita di Dante personaggio da me portata alla luce, fatti i calcoli ribadisco che corrisponde al MARTEDI 2 GIUGNO 1265 e perciò alla festa liturgica, celebrata anche a quei tempi, dei SS. MARCELLINO, PIETRO ed ERASMO – cfr. CALENDARIO del 1263 a BOMINACO, L’Aquila, ORATORIO DI SAN PELLEGRINO; cfr. BIBLIOTECA LAURENZIANA, EDILI 107, a carte 3 verso. E’ intanto un fenomeno sorprendente e meraviglioso, coinvolgente ITALIANISTICA e FILOLOGIA E CRITICA DANTESCA, che la LITURGIA CRISTIANA di questo giorno di nascita del Poeta personaggio renda perfettamente conto di tutti gli episodi maggiormente significativi della VITA DI DANTE. La liturgia quale biografia? Si legge sugli altari che il Nato in questo giorno (Il richiamo è alla MANTICA cristiana già ricavata tradizionalmente dalla BIBBIA, avrà la parola ispirata – OS – e la sapienza – SAPIENTIAM: e per Dante non vi sono dubbi che sia così. Verrà inoltre tradito dagli amici e parenti, cioè dai suoi concittadini (CONVIVIO, I, III, 4 – 7) e per questo esiliato. Verrà infine condannato a morte, come per Dante realmente avvenne, eccetera. Recita infatti la liturgia del 2 GIUGNO: EGO ENIM DABO VOBIS OS ET SAPIENTIAM, CUI NON POTERUM RESISTERE ET CONTRADDICERE OMNES ADVERSARII VESTRI. TRADEMINI AUTEM A PARENTIBUS, ET FRATRIBUS, ET COGNATIS, ET AMICIS, ET MORTE AFFICIENS EX VOBIS, ET ERITIS ODIO OMNIBUS PROPTER NOMEN MEUM: ET CAPILLUS DE CAPITE VESTRO NON PERIBIT. IN PATIENTIA VESTRA POSSIDEBITIS ANIMAS VESTRAS (Die ii Junii. ss. Martyrum Marcellini, Petri atque Erasmi). Dante ci vuole forse ontologicamente far sapere che fu la PAZIENZA che lui ebbe nel sopportare il suo esilio a fargli POSSEDERE LA SUA ANIMA, e perciò a metterlo in grado di scrivere la COMMEDIA? Comunque anche tutti gli altri episodi capitati a Dante, i cui giorni sono stati da me sempre ricavati seguendo l’astronomia-astrologia, per arrivare a capirne il senso autentico dovranno anch’essi venire sempre commentati con le rispettive liturgie cristiane del giorno. Il fenomeno mantico-liturgico del 2 Giugno, che ho qui preso ad esempio, risulterà più che certo dopo aver scientificamente controllato che vale in generale. Il Poeta lo ripeterà infatti in tutte le altre numerose date da me portate alla luce, p.e. 2/10/1265 – 2/2/1274 – 2/2/1283 – 26/12/1264 – 9/06/1290 – 15/08/1293 – 14/09/1321 – 25/03/1301 – 31/03/1301, rendedolo per se stesso valido universalmente. Se fosse veremente così, mentre io sarei stato bravo a scoprirlo, mons. Bartoletti sarebbe stato invece un vero ILLUMINATO per avermi potuto anticipare profeticamente la traiettoria delle scoperte, con ciò agevolandomi il compito. Forse a qualcuno risulta che mons. Bartoletti non desse importanza alla liturgia? In partenza per Roma, al fine di arrivare alla stesura della Costituzione Conciliare SACROSANCTUM CONCILIUM sulla SACRA LITURGIA del 4 dicembre 1963, così mi scriveva da Lucca il 22 Settembre 1963:’DA ROMA, AL CONCILIO, PENSERO’ SPESSO ANCHE A TE E FORSE PORTERO’ QUALCOSA DELLE TUE SALUTARI INQUIETUDINI’. Domada. Che il potere di PROFEZIA, tanto esaltato dai primi cristiani delle Comunità della DIDACHE’, non fosse solo un interessante fenomeno soprannaturale, ma un dono ricevuto da alcuni fedeli, anche per scienza, al fine di rendere migliore la qualità di vita di tutta la comunità (cfr. F. CAYRE, A.A., Patrologia e storia della teologia, primo volume, I e II, Roma, ed. Desclée, 1948, pp. 42 – 51)? Entriamo dunque adesso nel merito di questa mia scoperta scientifico-astrologico-liturgica. Tutti gli astronomi ed astrologi sanno insieme a Dante, ma anche a molte altre persone meno preparate, che il Sole percorre annualmente quasi un grado al giorno, sui 360° dello zodiaco. Questa semplice verità permette di asserire, che conosciuto un qualsiasi grado angolare occupato dal Sole durante l’anno, necessariamente si conosca anche il giorno in cui il Sole stesso lo occupò. Tenendo presente questa regola, scoprire il giorno di nascita di Dante personaggio in base agli elementi forniti nel c. XXII, vv, 110 – 117, del Paradiso, appare subito scientificamente possibile. Non si capisce il motivo per cui, prima di me, il nodo non sia stato sciolto. Assai più difficile sarebbe stato invece capire il ruolo svolto dalla Festa liturgica celebrata in questo stesso 2 giugno poiché, inizialmente, ci saremo dovuti arrivare per INTUIZIONE, o per caso. Ma in questo sforzo intuitivo l’esegeta sarebbe stato agevolato dal Poeta se semplicemente avesse continuato ad insistere nelle scoperte astronomico-astrologiche che lui stesso a disseminato nella COMMEDIA, nella VITA NUOVA e nel CONVIVIO e che, perentoriamente, indica che siano fatte. Se poi questa perentoriatà del Poeta non è stata avvertita, o capita, come con grande dolore e rabbia si nota leggendo i commenti all’INCIPIT della VITA NUOVA (II, 1-2), allora la colpa non è di Dante. Recita dunque Dante per quanto attiene all’ENIGMA posto nel canto XXII, vv. 110 – 117, del PARADISO, e da me risolto e pubblicato in prima pagina sul quotidiano LA NAZIONE di Firenze, della Domenica di Pasqua 11 Aprile 1993, con un articolo di ALFREDO SCANZANI su quattro colonne: ”… in quant’io vidi ’l segno / che segue il Tauro e fui dentro da esso. / O gloriose stelle, o lume pregno / di gran virtù, dal quale io riconosco / tutto, qual che si sia, il mio ingegno, / con voi nasceva e s’ascondeva vosco / quelli ch’è padre d’ogne mortal vita / quand’io senti’ di prima l’aere tosco;” (Par., XXII, 110-117). Il segno che segue il Tauro è, ovviamente, quello dei Gemelli. Dante personaggio è perciò del segno dei Gemelli, come tutti i commentatori si affrettano, giustamente convinti, a ricordare. Se così egli, in teoria, sarebbe intanto più precisamente nato nel campo cronologico che va dalle ultime ore del 14/05/1265, alle prime ore del 14/06/1265, poiché così risulta dalle TAVOLE dell’epoca redatte dal dotto e sapiente ebreo JACOB BEN MACHIR BEN TIBBON, in latino PROFAZIO (cfr. Profhacii Judaei Montispessulani ALMANACH PERPETUUM, Tabula Solis prima – c. 20 verso – Ad fidem Codicis Laurentiani, PL. XVIII sin. N.1; cfr. anche in J. BOFFITO ET C. MELZI D’ERIL, ALMANACH DANTIS ALIGHERII, Firenze, Olschki, p. 38). Queste tavole indicano anche che il Sole, a mezzogiorno del MARTEDI 2 GIUGNO 1265, si trovava a 17°.53’.17’’ di longitudine nel segno dei Gemelli. Orbene Dante con i citati versi non si limita a farci sapere di essere del segno dei Gemelli poiché ha cura di segnalarci, più esattamente, che il giorno in cui nacque il suo Sole di nascita si trovava CONGIUNTO anche con delle stelle GLORIOSE e PIENE DI GRAN VIRTU. Una segnalazione che permetterà di non lasciare irrisolto l’enigma. In sette secoli di dotta esegesi purtroppo queste stelle non sono mai state identificate. Se si fosse trattato di un episodio storico questa dimenticanza non sarebbe successa. Trattandosi invece di scienza, di quella medievale Astrologica del VII cielo Teologico-liturgica del X cielo Empireo, il problema sembra essere diventato culturalmente insopportabile e perciò da dover dimenticare. Ma in nome di quele serietà scientifica? In teoria, e per quello fin qui messo in risalto, una volta stabilito quali erano queste Stelle Fisse dell’ottavo cielo GLORIOSE E VIRTUOSE, se poniamo poi il Sole longitudinalmente sopra di sse, cioè in CONGIUNZIONE stretta con esse stesse come indicato da Dante, il giorno di nascita di Dante personaggio non potrà sfuggirci. Quali obiezioni possono essere mosse a questo ragionamento? Ovviamente nessuna. In base alle mie ricerche queste stelle risultano dunque essere tre, e si tratta: 1 – della GLORIOSA stella POLARE (alfa Ursae Minoris), a quei tempi (1265) a 18°.20’ di longitudine nel segno dei Gemelli e che, per Dante, brilla sapientemente sopra la gloriosa città di Maria posta da lui al Polo nord (Convivio, III, V, 8-12); 2 – dalla VIRTUOSIOR BETELGEUSE (alfa Orionis), a 18°.30’ in Gemelli (Cfr., Pietro d’Abano, Lucidator dubitabilium astronomiae-astrologiae, differentia quinta, propter primum; Cfr. anche SIMONETTA FERABOLI, commento al TETRABIBLOS di CLAUDIO TOLOMEO, lib. I, cap. 9, Mondadori, Milano, 1985, p. 377); 3 – della MENKALINAM (beta Aurigae), a 19°.40’ in Gemelli e classificata da Tolomeo di seconda grandezza ( ivi, p. 377). QUESITO. In base agli elementi fin qui fortini calcoli il lettore, se vuole, in che giorno è stato fatto nascere Dante personaggio, prima di affrontare la lettura della dettagliata dimostrazione del fenomeno nella seconda parte e che io mostrerò qui fra qualche tempo. FINE PRIMA PARTE Firenze, 31 LUGLIO 2009. F.to GIOVANGUALBERTO CERI Cell. 333.396.1191 tel. 055 – 650.40.82 Scritto da Giovangualberto Ceri 20-07-2009 20:45 FRANCESCO ADORNO e MONS. BARTOLETTI Quando il professor FRANCESCO ADORNO in data 07 febbraio 1995, su carta intestata dell’Accademia ‘LA COLOMBARIA’, dopo aver dichiarato di aver letto con molto interesse alcune mie scoperte su Dante, concludeva la sua lettera con un, GRAZIE E UNA CORDIALE STRETTA DI MANO e AUGURI DI BUON LAVORO, quasi mi sembrò avvallare la profezia fattami da monsignor Enrico Bartoletti. Egli, negli anni ’50, mi aveva infatti profetizzato che in futuro avrei fatto importanti scoperte storico-letterarie su Dante paragonabili, per importanza, a quelle fatte da HEINRICH SCHLIEMANN su Troia e la civiltà micenea. Francesco Adorno del resto non faceva altro che rafforzare gli auguri che mi aveva già fatto EUGENIO GARIN in data 07 dicembre 1994. Ma tornerò sul problema della GRAZIA DI PROFEZIA in mons. Bartoletti al più presto. Giovangualberto Ceri Scritto da Giovangualberto Ceri 07-07-2009 09:51 IO HO SCRITTO COME STANNO LE COSE. Disse profeticamente monsignor Enrico Bartoletti poco tempo prima che arrivasse il giorno della sua morte: IO L’HO SCRITTO COME STANNO LE COSE! SE POI NON LO LEGGONO, O NON VOGLIONO FARLO SAPERE, LA COLPA NON E’ MIA. 7.07.2009 F.to Giovangualberto Ceri Scritto da Giovangualbertro Ceri 06-07-2009 23:20 L’ABBAZIA DI VALLOMBROSA e MONS. ENRICO Quando Monsignor ENRICO BARTOLETTI si rifugiava a meditare a VALLOMBROSA riceveva ogni giorno telefonate da parte di PAOLO VI. Chi sa se anch’esse erano ascoltate da qualche servizio segreto? A volte il Papa gli telefonava la sera tardi e lui al mattino, prestissimo, doveva partire velocemente per Roma, a preparargli la colazione e il panino per il viaggio credo pensandoci amorevolmente l’amato fratello vallombrosano fra GIOVANNI GUALBERTO adesso scomparso. Ma perché mons. Bartoletti si rifugiava a Vallombrosa? Perché il monastero era stato fondato da san Giovanni Gualberto? Ma con quali scopi? Certamente non si rifugiava lì perché io gli avevo parlato a suo tempo bene del santo fondatore, per me assai vicino al DANATISMO, io di nome Giovangualberto, sulla scia del volume pubblicato da D. ALFONSO SALVINI, o.s.b.v. nel 1947. O forse mons. Bartoletti si recava a Vallombrosa perché voleva mandare, anche con questa sua dimora, un segnale chiaro e solenne contro le tangenti, la corruzione ed, eventualmente, la simonia, credo facendo aprire meglio gli occhi anche a monsignor ALBINO LUCIANI? Io credo che fosse quest’ultimo il vero ed importante motivo, quasi insopportabile, della scelta di Vallombrosa quale luogo per riposarsi un poco. Ma se così, perché quanti sono adesso interessati ad accertare i motivi della sua santa vita e dei suoi PROFETICI insegnamenti non si recano anche nella DIOCESI DI FIESOLE, a VALLOMBROSA, a porre domade biografiche sul suo modo di vivere la vita? Anche lì potrebbero esserci dei reperti per grazia ricevuta. Firenze, 6 Luglio 2009. GIOVANGUALBERTO CERI Scritto da Giovangualberto Ceri 18-05-2009 16:02 Mons. Bartoletti e papa Albino Luciani In più occasioni ho avuto modo di precisare che, secondo la mia opinione, mons. Enrico Bartoletti e papa Albino Luciani, con assoluta certezza, sono morti di morte naturale. La Chiesa, con papa PAOLO VI e con papa LUCIANI, aveva però preso un particolare indirizzo relativamente al CONCILIO VATICANO II e alla linea culturale che, con la morte dello stesso papa LUCIANI, e stato poi notevolmente cambiato. Il fatto che in alcune occasioni si dica oggi invece che nulla è cambiato di sostanziale nella Chiesa, che l’indidizzo conciliare e culturale è rimasto il medesimo, intimamente mi fa declassare a semplice certezza, la mia assoluta certezza, circa la morte, prima del Bartoletti e poi di Luciani. Giovangualberto Ceri Scritto da Giovangualberto Ceri 08-05-2009 20:24 Padre BARTOLOMEO SORGE CONFERMA quello c Comunemente si dice che le gerarchie ecclesiastiche fossero tutte d’accordo nell’opporsi alla legge sul DIVORZIO, la n.898 del 1°/12/1970, e che perciò fossero tutte consenzienti al REFERENDUM ABROGATIVO di detta legge avvenuto l’11 maggio del 1974. Si sostiene questo per mostrare la compatezza della Chiesa docente anche riguardo all’approvazione delle leggi dello Stato, però, così non è stato. Dopo il fallimento del Referendum abrogativo incontrai a Roma, in Via della Conciliazione, 1, Monsignor Enrico Bartoletti che mi spiegò come era andata tutta la questione. Ho recentemente riferito di questo incontro a POGGIBONSI alla SALADELL’AMICIZIA, il 16 gennaio 2009, alle 21,30. Presiedeva la riunione l’Arcivescovo di Siena e il relatore di – ESSERE CRISTIANI LAICI NEL NOSTRO TEMPO – era Padre BARTOLOMEO SORGE. Presi la parola subito dopo la sua relazione e dissi che Monsignor Bartoletti era stato apertamente contrario al Referendum abrogativo, mentre PAOLO VI era in un primo momento titubante a dire di votare contro lo stesso Referendum abrogativo. Comunque, col consenso di papa Montini, monsignor Bartoletti si mosse pesantemente per far rimanere la legge sul divorzio e quando ci incontrammo mi disse che la sua amicizia con Paolo VI si era ulteriormente rafforzata anche in conseguenza di questo episodio. Mi confessò però che, in pratica, non era contento dell’uso che gli italiani spesso facevano dello stesso divorzio, se pur giusto e legittimo sul piano laico-istituzionale. Orbene, subito dopo aver concluso a Poggibonsi questo mio intervento, credo data la delicatezza, l’importanza dell’argomento, e la presenza di alte personalità , padre BARTOLOMEO SORGE prese la parola e ad alta voce disse: ”CONFERMO QUELLO CHE HA DETTO CERI”. Se a qualcuno interessasse verificare l’episodio telefoni a Poggibonsi, oppure contatti padre Sorge. Lui mi spiegò che aveva potuto CONFERMARE poiché il Bartoletti lo aveva chiamato più volte per stendere il documento sul Divorzio. Scritto da Giovangualberto 22-01-2009 12:13 1- Mons. Bartoletti e la grazia di profe La Chiesa, nelle cause dei santi, oltre ad interessarsi dei MIRACOLI dovrebbe ricercare anche la eventuale GRAZIA DI PROFEZIA posseduta dal postulato. Del problema del DISCERNIMENTO DEGLI SPIRITI e del potere di PROFETARE, negli anni ’50 ebbi modo di discuterne con Mons. Enrico Bartoletti a commento della figura di Padre ZOSIMA nei ”FRATELLI KARAMAZOV” di Dostoevskij: opera che lui mi aveva dato da leggere e che avrei dovuto unire ai ”PENSIERI” di Pascal. Questo, per esempio ed orientativamente, era lo stile didattico negli anni ’50 di monsignor Enrico Bartoletti. Credo che nelle prime Comunità cristiane della DIDACHE’ (anni 70-90 d.C.) ai profeti venisse riconosciuta la stessa dignità sacerdotale dei vescovi, la pienezza del sacerdozio. Anzi sembra che allora si fosse dell’idea che se una Comunità, una diocesi, non avesse avuto almeno un profeta tutti i suoi beni andassero distribuiti ai poveri (Cfr. F. CAYRE, A.A., Patrologia e storia della Chiesa – volume I, Desclée e ci – editori pontifici – 1948, p.45). Secondo me mons. Bartoletti non solo era orientato a valorizzare queste comunità primitive interpretando anche le risoluzioni del CONCILIO VATICANO II con questo spirito, ma era lui stesso, io credo, un Profeta. Non so se a Lucca, adesso, ne sia rimasta traccia. Seguendo le pretese della DIDACHE’ bisogna concludere che la GRAZIA DI PROFEZIA loro non la ritenessero innata, dovuta ad una particolare ed eccezionale natura, ma acquisibile soprattutto per scienza. Altro problema della nostra religione la quale non si fonderebbe, come credo avesse in mente soprattutto papa Giovanni Paolo II, semplicemente sulla FEDE e sui SACRAMENTI, ma anche sulla presenza nella cultura cristiana di un percorso spirituale ”scientificamente” fondato ed inclinante al profetismo. Parlando in termini filosofici moderni, tanto per non sembrare troppo fuori del tempo, si tratterebbe di una ”SCIENZA DELLA SOGGETTIVITA’ TRASCENDENTALE”, o della ”SCIENZA UNIVERSALE DELL’ANIMA IN GENERALE”, che verrebbe indirizzata verso un fine religioso (Edmund Husserl, LA CRISI DELLE SCIENZE EUROPEE, § 57 e § 69.) Credo l’avesse capito anche EDITH STEIN. Ma se la grazia di profezia è anche per scienza, essendo la scienza aperta a tutti, avrebbe fin dai primi tempi potuto coinvolgere anche il mondo laico. Quando allora vediamo il Bartoletti impegnato a valorizzare il mondo laico dobbiamo pensare che, di principio, lo concepisse aperto anch’esso a questa remota ma possibile esperienza. Desiderando afferrare la personalità del Bartoletti seguendo questo profilo ritengo sia necessario addentrarsi in un discorso più lungo coinvolgente Dante. Studiando Dante, dopo avere accertato che anche lui crede allo spirito profetico, e inoltre che lo stesso potere di profezia, fra le DIECI scienze da lui ricordate ed allora praticate (Convivio, II, XIII, 1-8), lui stesso lo lega all’esercizio delle scienze del nono cielo acqueo e di Maria, o Cristallino, e del decimo, più alto ed ultimo, l’Empireo, dovremmo poi riuscire a stabilire il possibile rapporto fra le convinzioni del Bartoletti e quelle di Dante. Del resto come non accostare a Dante una persona che oggi crede al potere di profezia, il Bartoletti? Il nono cielo Cristallino e di Maria, come sappiamo, ha somiglianza con la ”scienza morale” o ”MORALE FILOSOFIA”, che però non avrebbe nulla a che fare con la nostra TEOLOGIA MORALE razionalista poiché Dante lega la stessa ”MORALE FILOSOFIA”, paganamente parlando, alla ”FILOSOFIA DI PITAGORA” (Convivio, II, XV, 12; II, II, 1; Vita Nuova, XXXV, 2). Ma se Dante lega la sua ”MORALE FILOSOFIA” alla Filosofia pitagorica, non è da escludere che credesse possibile lo spirito profetico anche nella paganità classica e, da noi, nel mondo laico. Il decimo cielo Empireo ha invece somiglianza con la SACRA TEOLOGIA LITURGICA che Dante chiama più semplicemente ”Teologia”, o ”Divina Scienza”, o ”scienza divina” (Convivio, II, XIII, 8; II, XIV, 19)per una serie di motivi che non sto qui a spiegare. Ciò posto si capirà meglio adesso il motivo per cui il Bartoletti dava tanta importanza alla LITURGIA e si adoperasse, non solo ad incidere sulla stesura della COSTITUZIONE CONCILIARE SACROSANCTUM CONCILIUM SULLA SACRA LITURGIA del 4 dicembre 1963, ma poi, finito lo stesso Concilio vaticano II, avesse il suo sguardo interiore rivolto a fare affermare oggi questa stessa Costituzione conciliare. Ma forse anche in questo non è stato sufficientemente capito poiché la nostra liturgia non sembra aver decollato, per quanto la recente reintroduzione della lingua latina nei riti voluta da papa BENEDETTO XVI potrà in futuro svolgere un ruolo determinante. Il Bartoletti pensava che anche dalla liturgia si potesse iniziare a ricostruire l’antico spirito profetico dei primi secoli. Il problema, per il Bartoletti, era di come fare a rendere ancor oggi la nostra liturgia AUTENTICA, cioè ”integrante” la nostra coscienza e al tempo stesso ”dilettevole”. Problema culturale, effettivamente, quasi irrisolvibile. Il potere di profezia, come si evince chiaramente dalla DIDACHE’, non è però, come ho già detto, privilegio della gerarchia ecclesiastica, ma di tutte le persone ivi compresa MARIA VALTORTA (cfr. Il poema dell’Uomo-Dio) e perciò anche del mondo laico. Seguendo Dante questo potere sarebbe legato anche all’ ”USO” del nostro intelletto in funzione di avvicinarsi a intravedere ”Iddio ch’è sommo intelligibile” (Convivio, IV, XXII, 11-14). La nostra mente, cioè quella di tutti, dice DANTE, ”SI DILETTA SEMPRE NELL’ USO DELLA COSA AMATA” (Convivio, IV, XXII, 9) e quest’uso (Beatrice) a gloriare sotto la insegna della regina benedetta virgo Maria (Vita Nuova, XXVIII, 1), quanto a quella teologico-liturgica del decimo cielo Empireo. In parole anche troppo sintetiche ed insufficienti, si tratterebbe per Dante della pratica della CASTITA’ del nono cielo e della pratica della LITURGIA del decimo. Sono la castità e la liturgia come scienze che per Dante condurrebbero allo spirito profetico mediante un loro uso continuativo. Ma se è difficile immaginare nella nostra cultura un contesto in cui la nostra Liturgia cristiana appaia convincente, autentica, integrante la nostra coscienza, sarà quasi impossibile immaginarne uno in cui la castità appaia convincente, autentica ed integrante la nostra coscienza, e quindi senza suscitare laicamente il ridicolo, se non addirittura un’esperienza contro natura. Questa è la realtà. Quando si parla di castità oggi, per farsene un’idea culturalmente accettabile, ammissibile, io sono dell’opinione, insieme al Bartoletti e a Dante, che bisognerà prima valutare ed apprezzare l’impatto che essa ebbe nel mondo pagano-classico. Se gli insegnamenti della Chiesa possono essere ritenuti oggi, su questo argomento, ”sospetti”, o fuori dalla realtà, non altrettanto accadrà se noi riusciamo ad integrarli ricorrendo al mondo pagano e, infine, al pensiero di Dante che già, a ben valutare, li aveva integrati anche se all’insaputa degli esegeti, dei suoi commentatori. Cosa dover ricordare allora dell’apertura del Bartoletti al mondo pagano e a Dante? Il Bartoletti faceva il tifo per la Speranza: ”IN SPE FORTITUDO” è, appunto, il simbolo del suo stemma, e tale speranza lui amava ricondurla anche alla paganità, all’ENEIDE di Virgilio. Una volta mi disse, recitando le parole di Giove a Venere mattutina, a Lucifero, a Citerea, credo nell’intento di riuscire a sopportare di non essere stato capito e rimandando il bel fenomeno al futuro: ”NON TEMERE CITEREA (Venere mattutina – Pur., XXVII, 94-96) … SORGERAN LE TORRI DE LA NOVELLA TROIA” (ENEIDE – Annibal Caro – I, vv. 416-419). E questo dovrebbe essere ancor oggi il motto del mondo laico! Guarda caso la dea Citerea, o Lucifero, è anche quella dea, o stella, che fa da corona, seguendo la liturgia, per ben due o tre volte alla testa di Gesù Cristo nel momento della sua nascita, ovviamente se recitiamo in latino e se non ci facciamo impaurire dall’idea di prostituzione legata a Venere: ”… ex utero ante LUCIFERUM genui te” (notte 25 dicembre); ”Virgo adducens manibus filium ante LUCIFERUM genitum” (2 febbraio – Presentazione di Gesù al tempio al vecchio Simeone). Che anche Gesù Cristo possa essere simbolicamente ritenuto il fondatore della NOVELLA TROIA? In questo caso il Bartoletti, pur rifacendosi al pagano Virgilio, risulterebbe però in piena armonia, tanto con le indicazioni della Liturgia cristiana, quanto con quelle di Dante. Recita Dante: ”Lo bel pianeto (Venere) che d’amar conforta / faceva tutto ridere l’oriente / velando i Pesci ch’erano in sua scorta.” (Pur., i, 19-21). Ed ancora, ”Ne l’ora, credo, che de l’oriente, / prima raggiò nel monte Citerea, / che di foco d’amor par sempre ardente…” (Pur. XXVII, 94-96). Venere, per Dante, ha certamente a che fare con la salvezza delle anime poiché lui la fa brillare dall’inizio alla fine del Purgatorio e non per motivi esclusivamente poetico-letterari come invece pensano i suoi commentatori. Questa Venere mattutina, per intendersi e per riconoscerle pienamente tutta la sua VIRTUS, deve essere paganamente situata nel segno del suo DOMICILIO, il Toro (CLAUDIO TOLOMEO, Tetrabiblos, I, XVIII,7; II, III, 19-29; II, IV, 2). La Venere mattutina in Toro, e per Dante nel segno della sua ESALTAZIONE i Pesci (Tetrabiblos I, XX, 6), secondo i miei studi è identificabile ancor meglio nella dea ARTEMIDE di Efeso già ricordata come inclinante paganamente alla castità e particolarmente venerata, appunto, nella città di EFESO della antica IONIA dove san Paolo ebbe tanta fortuna. ARTEMIDE corrisponde a Venere mattutina anche perché Claudio Tolomeo afferma che sul litorale dell’Asia Minore ”le popolazioni sono particolarmente portate alla celebrazione dei Misteri sotto l’aspetto occidentale al Sole di Venere in Toro (Tetrabiblos, II, III, 19-20): ed Efeso, con la sua famosa ARTEMIDE accostata al Toro si trova, appunto, proprio su questo litorale. Se Efeso non faceva eccezione, e non è concepibile, la sua Artemide è un’immagine di Venere mattutina mitologicamente simboleggiata, appunto, da Artemide. E’ mai possibile che Venere, anche nel mondo antico, potesse inclinare alla castità quale presupposto di un’ontologia vissuta di più alto livello coscienziale? Questo per ribadire quanto la classicità e Roma siano stati, nel disegno della Divina Provvidenza, propedeutiche al Cristianesimo, per quanto noi oggi si sia indotti a pensarla in maniera diversa. Ma non Dante e, credo, nemmeno il Bartoletti. Se Dante afferma, come ricordato precedentemente, che la nostra mente ”si diletta sempre nell’ USO de la cosa amata” (Convivio, IV, XXII, 9); se Beatrice rimprovera a Dante di essersi acchiocciato e di non aver volato alto come l’aquila verso il Sole, avendo putroppo voluto USARE delle ”pargolette” invece di indirizzare la sua mente castamente e dilettosamente a lei, avendo egli altresì già accostato l’esperienza con Beatrice a quella della VIRTUS di Venere (”Voi che ’ntendendo il terzo ciel – di Venere – movete”), ebbene egli stesso viene sorprendentemente ad indicare un USO chiaro di Venere anche in funzione della ricerca della castità. Questa lezione di Dante non solo avvalora che Artemide, in quanto Lucifero, o Citerea, possa inclinare alla castità ma, a questo punto, anche che ci sia un legame gerarchico ed ortodosso fra la classicità, fra la filosofia pitagorica, e la vita cristiana. Non ne avremmo bisogno? E chi lo dice? Il Bartoletti credo di no. Infatti come fare a rendre ancor oggi il messaggio cristiano autentico e perciò vero? Secondo la mia opinione mons. Bartoletti era particolarmente orientato ad incoraggiare il mondo LAICO, anche perché ritenuto più flessibile, ad impegnarsi nel dar vita ad una RELIGIOSITA’ LAICA abracciante il mondo classico. Questo avrebbe dovuto risultare parallelo alla RELIGIOSITA’ SACERDOTALE tradizionale al fine di poter arrivare ad una integrazione delle esperienze. Il mondo laico-cristiano solo dopo questo tuffo avrebbe potuto buttarsi in politica, e non viceversa. Per questo il sommo Pontefice Paolo VI incaricò esplicitamente mons. Bartoletti di seguire ”COMUNIONE E LIBERAZIONE” nel marzo 1975. La sua prematura scomparsa, il 5 marzo 1976, credo abbia fatto abortire questa traiettoria. Rimando adesso il lettore al mio prossimo intervento intitolato: Mons. Bartoletti e una sua probabile profezia. Salutando, Giovangualberto Ceri Scritto da Giovangualberto Ceri 22-01-2009 09:15 Mons. Bartoletti e la grazia di profezia La Chiesa , nelle cause dei santi, oltre ad interessarsi dei MIRACOLI dovrebbe ricercare anche la eventuale GRAZIA DI PROFEZIA posseduta dal postulato. Scritto da Giovangualberto Ceri 20-11-2008 08:58 Una “bugia” di Mons. Enrico Bartoletti Mons. Enrico Bartoletti mi disse una volta che i suoi amici veri si contavano sulle dita delle mani aggiungendo: ”e forse di una mano sola”. Io sarei rientraro, per lui, fra questi. Anche per tale motivo avrebbe scritto solo a me. Ma io oggi non ci credo più poiché sono inclinato a pensare che, di amici, ne avesse invece molti con, in totale, assai copiose sue lettere autografe, e perciò pronti a difendelo. Anche, per esempio, contro la PUBBLICAZIONE, poco deontologica, delle due lettere confidenziali inviategli da don Lorenzo Milani nel 1958 e di cui il Milani mi aveva a suo tempo accennato andandolo io a trovare a Barbiana. Egli pensò per un momento che la risposta del Bartoletti gliela portassi io a voce. Ma non era affatto così. Per la cronaca il Milani gliene inviò due dello stesso tono poiché non sapeva se la prima, del 10 settembre 1958, gli fosse arrivata, essendo lo stesso Bartoletti in quel momento con un piede a Firenze ed uno a Lucca. Per quello che capii io, quella del 10/9/1958 l’avrebbe inviata a Firenze, mentre quella del 1° ottobre 1958 l’avrebbe conseguentemente inviata a Lucca (Massimo Toschi, ”Don Lorenzo Milani e la sua Chiesa”, ed, Polistampa, Firenze, 1994, pp.158-168). Le sette o otto lettere confidenziali inviatemi del Bartoletti, scritte di suo pugno, credo dunque siano una piccola cosa rispetto a quelle in possesso di tanti altri suoi amici. Ne ho pubblicate negli anni intanto tre con fotografia dall’originale, quelle in data 17/8/1959, 22/9/1963 e 1°/11/1974 e, per chi amasse rivedere almeno la firma di suo pugno le ricordo. Le PRIME DUE, datate rispettivamente 17 agosto 1959 e 1° novembre 1974, le pubblicai nel mio volume, IL SEGRETO ASTROLOGICO NELLA DIVINA COMMEDIA, a cura di Silvia Pierucci, edizione Jupiter, C.P. 27 – 56026 S. Benedetto-Pisa, pp. 73-78. Queste due lettere sono seguite da altre tre. Una del Padre scolopio Ernesto Balducci, suo amico, datata 2 novembre 1985. La seconda del noto Filosofo fenomenologo francese Ing. Raymond Abellio fattomi conoscere da padre Giovanni Maria Vannucci, o.s.m. amico sempre del Bartoletti e datata 20 dicembre 1985. La terza del mio amico Ing. Prof. Wilhelm Fucks, senior dell’Accademia delle scienze della Repubblica Federale di Germania, datata 27 luglio 1985. La TERZA lettera del Bartoletti si trova invece pubblicata sulla rivista ’SOTTO IL VELAME’ di Torino, diretta da Renzo Guerci, (n. VI, settembre 2005 – Il leone verde edizioni, Torino, tel. 011. 226.4721 a p.162), unitamente ad una amorevole fotografia del Bartoletti a braccetto con Giorgio La Pira (p.161)e alla famosa delibera antiappalti e ipoteticamente anti tangenti del Sindaco di Firenze prof. Giorgio La Pira stesso datata 16 gennaio 1965 che portò alle sue sconcertanti dimissioni. Ancor oggi si può avere copia della rivista ’Sotto il velame’ lelefonando a Torino a Renzo Guerci. La lettera datata 1° novembre 1974 l’ho pubblicata di nuovo nel volume di Giovangualberto Ceri e Roberto Tassi, ”Chiesa di Santa Margherita detta Chiesa di Dante”, edizioni M.I.R. – Via Montelupo, 147, 50025 Montespertoli, Settembre 1996, p.88. Firenze 20/11/2008 Giovangualberto Ceri Scritto da Giovangualberto Ceri 15-11-2008 01:06 Don Lorenzo Milani e mons. Enrico Bartol In riferimento alle due lettere inviate da don Lorenzo Milani a mons. Enrico Bartoletti in data 10/9/1958 e 1°/10/1958, ricordate in apertura di’Nuova Agenzia Radicale’ da Maurizio di Giacomo e pubblicate nel volume di Massimo Toschi ”Don Lorenzo Milani e la sua Chiesa” (Polistampa, Firenze, 1994, pp. 158-168), ritengo opportuno precisare quanto segue. Si tratta di due lettere confidenziali e perciò soggette ad una certa delicatezza, tanto più che la persona apertamente accusata da Don Milani con quella del 1° ottobre 1958, nel 1994 era ancora in vita: e a me risulta che non ne sapesse nulla proprio perché fui io ad avvertirlo un bel po’ di tempo dopo la pubblicazione. Feci male? In questa lettera viene citato anche mio fratello, Don Serafino Ceri, che il Milani mi sembra trattare con una certa compassionevole benevolenza per avere amato troppo mons. Bartoletti. Bene avrebbe dunque fatto MARIA ELETTA MARTINI, se fosse vero, a dire: ”Fosse dipeso da me non le avrei pubblicate”. Ma la storia non è così semplice. Se la memoria non mi tradisce, immediatamente dopo la morte di mons. Enrico Bartoletti (1976) le lettere da lui custodite non si trovarono più. Questo collima col fatto forse ricordato da mons. Ghidelli: ”Le agende di mons. Bartoletti? Non le pubblicheranno mai. Verrebbe fuori il suo ruolo politico…” E così la penso anch’io. Data la grande statura del personaggio, e per come la pensava, il fatto della scomparsa della sua corrispondenza privata a me parve strano. Poi due di queste lettere, quelle appunto inviategli di don Milani, essendo state pubblicate, per me voleva dire che almeno quelle qualcuno aveva scoperto dove erano andate a finire. Ma in esse non mi sembra che Mons. Bartoletti ci faccia una bella figura. Il queste due lettere don Milani in certo qual modo quasi ”sfotte” mons.Bartoletti per la sua passività, e chi non conoscesse il rapporto fra i due un tale ”sfottimento” potrebbe sembrare una cosa seria. Invece per me si trattatò semplicemente di un dispetto fatto ad un amico per farsi sentire, nell’occasione della sua ordinazione a Vescovo, presente,vivo, ma ovviamente fatto al suo tipico modo che, per l’occasione, sposò uno stile quasi sado-masochista, probabilmente raggiungendo lo scopo. Io ho intuito che mons. Bartoletti aveva pianto per ben due volte: in occasione della sua ordinazione a Vescovo ricordata dal Milani con tanta amichevole sufficienza, e in quella in cui lo vidi per l’ultima volta a Roma, forse perché aveva capito che la storia stava per finire. Il successo di Don Milani è dovuto soprattutto all’autenticità della sua vita vissuta, alla sua eroicità, come mette molto bene in risalto anche Padre Giovanni Vannucci o.s.m. nel suo volume ”Ogni uomo è una zolla di terra” (Borla, Roma, p.221),però io penso che un poco abbia contribuito anche il suo sapere scrivere bene, da vero letterato, e anche la tempestiva visita fatta a Firenze da Paolo VI in occasione dell’Alluvione che terminò nella Santa Notte di Natale del 1966. Tuttavia oggi io mi domando: a qual fine queste due lettere vennero pubblicate, se non fu per disattenzione? Giovangualberto Ceri Scritto da Giovangualberto Ceri 06-11-2008 01:42 Il divorzio e le tangenti sugli appalti. In risposta ad alcune domande che mi sono state fatte. Io ritengo che, sul DIVORZIO, i fatti siano andati nel seguente modo. La legge sul divorzio venne approvata il 1° dicembre 1970, la n. 898. Il movimento antidivorzista cattolico era nato assai prima, però qualche giorno dopo l’approvazione della legge Monsignor Giovanni Benelli andò su tutte le furie invitando Fusacchia e Gedda a premere per un REFERENDUM antidivorzista che abrogasse le legge n.898. Credo vi aderissero subito Fanfani, Andreotti e Cossiga. Nei giorni successivi arrivò in piazza del Gesù anche il Professor Giorgio La Pira a mettere la sua firma a favore del referendum abrogativo. Successivamente, preso dall’enfasi del problema e dalla problematicità evangelica della questione, La Pira ritengo avesse un colloquio improvvisato chiarificatore con mons. Enrico Bartoletti che si concluse con l’opportunità di ritirare la firma stessa. Il Bartoletti diceva a me con simpatia, a me Giovangualberto Ceri suo amico e in possesso di diverse sue lettere, te e La Pira siete gli unici che arrivate sempre senza avvertire prima, ma va bene così. Il colloquio fra La Pira è il Bartoletti, data l’usanza, non so in quali circostanze possa essere evvenuto, però il Professore, è un fatto, ritirò la firma a favore del referendum abrogativo verso la metà del mese di dicembre 1970, circa quindici giorni dopo l’approvazione della legge, come anche i giornali dell’epoca testimoniano insieme a ‘LA NAZIONE’ di Firenze. Ma in una casua di beatificazione il fatto per me non poteva essere taciuto. Successivamente ebbi modo di congratularmi con prof. Mario Primicerio per questo positivo ripensamento del Professor La Pira, lo dico per inciso, quando venne per due volte a trovarmi nel mio ufficio del ‘DAZIO’, o Imposte di Consumo, di san Felice a Ema a Firenze, per discutere sui grossi FUTURI problemi del DOLLARO diventato ormai quale unica moneta di riserva delle varie Banche Centrali, in parte soppiantando l’oro, e del problema dell’indebitamento fittizio delle aziende che avveniva per esibire strategicamente un bilancio passivo e per portare conseguentemente, con varsi sistemi clandestini,la nostra valuta all’estero (cfr. la rivista ‘NOTE DI CULTURA’ di Firenze ai nn. 65 e 70 del 1971). Il professor Giorgio la Pira e mons. Enrico Bartoletti è bellessimo e giusto che oggi siano dichiarati “beati”, però, rigurado al divorzio,la convinzione di entrambi era che, pur ritenendo il matrimonio un sacramento e perciò come tale indissolubile all’interno della Chiesa cattolica, non per questo un tale comportamento avrebbe dovuto valere per tutte le persone, per tutto il popolo, e quindi imposto con una legge. Nella discussione su “VANGELO E SACRAMENTI”, tanto cara a mons. Bartoletti, prima doveva venire il Vangelo e poi i sacramenti. Nel senso che nel vangelo non risulta che Cristo, al fine di rimproverare, o reprimere, un peccato (o reato), come è il divorzio, abbia invocato l’attuazione di leggi coercitive da fare poi attuare da Cesare. L’ausilio di “Cesare”, nel processo di evangelizzazione, non è previsto. Il Professor Giorgio La Pira e Mons. Enrico Bartoletti sarebbe un bene per l’Italia che venissero elevati agli onori degli altari perché erano entrambi contro le tangenti che si nascondevano dietro gli appalti ed in particolare, per allora, al riguardo degli appalti per l’accertamento e la riscossione delle Imposte di Consumo (Dazio). Imposta che allora copriva circa il settanta per cento delle ENTRATE dei Comuni e corrispondente adesso all’ I.V.A. per la cessione di beni. Questa linea politico-amministrativa era stata ereditata dell’indirizzo del compianto Ing. Enrico Mattei dell’E.N.I. Egli avrebbe voluto, per l’Italia risorta dalle macerie, amministratori a livello nazionale e locale all’altezza di gestire direttamente i servizi, come lui stava fecendo per l’E.N.I., cioè con risultati apprezzati dalla popolazione e al tempo stesso con un bilancio economico tendente al pareggio, se non in attivo. Se poi gli amministratori non fossero riusciti nell’intanto, allora sarebbero state gredite le loro dimissioni per far posto ad altri più preparati e convinti. Ma questo indirizzo dava noia poiché dietro gli appalti dei servizi, quindi dietro le quinte, girava tutto un mondo assai pericoloso e potentissimo a livello nazionale. Ancor oggi quasi indicibile. Quando dunque il professor La Pira, d’accordo con l’On.le Nicola Pistelli, tentarono ingenuamente di incominciare a farlo crollare avevano già messo il piede nella “fossa”. Si tenga presente che la soc. Trezza, S.p.A. con sede in Verona, aveva sintomaticamente in appalto altre a Firenze, anche il Comune di Palermo. La Pira partì con la delibera Consigliare del 5 ottobre 1964, n. 5555/710/C e col ricorso al Ministro delle Finanze in data 16 Gennaio 1965, poiché il Prefetto di Firenze aveva inammissibilmente ANNULLATO tale stessa delibera dopo averla avvocata a sé illegittimamente. In seguito a tale speranzosa delibera non crollarono purtroppo gli appalti nel circondario dei Comuni fiorentini ed, eventualmente, le possibili tangenti che dietro vi si potevano nascondere ma, haimé, in data 14 febbraio 1965 crollò proprio Giorgio La Pira stesso in persona quale Sindaco di Firenze con la prospettiva di non poterci rimettere mai più piede fin tanto avesse seguito quest’indirizzo politico-amministrativo. La Pira non avrebbe voluto fare il Capolista alle elezioni della Democrazia Cristiana, come oggi si lascia credere, né l’Onorevole. Voleva invece semplicemente essere il Sindaco di Firenze anche perché riteneva Firenze stessa la CAPITALE DEL MONDO, ovviamente in senso spirituale, culturale e morale. A mio giudizio fu il suo “moralismo” al riguardo delle possibili tangenti, o dei possibili favoritismi, che si potevano nascondere dietro gli appalti a farlo defenestrare e a farlo soffrire molto, sia psichicamente che spiritualmente. Ma nel precesso diocesano per la sua beatificazione purtroppo non è stato possibile tener conto di questo elemento doloroso e per lui pesantissimo. Di conseguenza ho ritenuto, per amore del Professor La Pira e della verità , di informare in Vaticano il Cardinale Josè Saraiva Martins, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi il quale, con lettera datata 24 novembre 2007, mi ha ringraziato per la notizia e per averGli inviato detta delibera a cui Egli darà seguito. Ma la cosa, ai tempi della citata delibera La Pira e successivi, non finì affatto con una sconfitta, ma con una vittoria. Recita infatti un preverbio: “Scherza coi fanti e lascia stare i santi”: e qui di degni santi futuri ce ne abbiamo ben due. A quei tempi riuscii a far prendere in mano a Mons. Enrico Bartoletti tale delibera: anzi, per la verità , era stato lui a spingermi nel 1964 perché, dentro la Democrazia Cristiana, mi dessi una mossa in tal senso.Io lo feci, e allora da ultimo, per farla breve, cosa successe? Al momento della Riforma Tributaria entrata in vigore il 1° gennaio 1973, e dunque con l’entrata in vigore dell’ I.V.A. sulla cessione di beni che sostituita il Dazio, la citata delibera La Pira poté avere un peso per me determinante. Tutti i partiti della sinistra avevano nel programma di abolire gli appalti delle Imposte di Consumo (Dazio), però non ce la facevano, non riuscivano mai nell’intento per le ragioni che si possono immaginare, se pur qualche gestione diretta in giro,effettivamente, già ci fosse. Ma siccome tale abolizione era nei programmi generali dei partiti, fu possibile a mons. Enrico Bartoletti, già grande amico di Paolo VI, intervenire perché dalle Imposte di Consumo, al momento della Riforma Tributaria, si passasse direttamente all’I.V.A. che veniva accertata e riscossa dagli Uffici Finanziari e dalla Guardia di Finanza. Una certa fetta dei membri di tutti i partiti avevavo infatti già architettato, forse d’accordo con le molte società appaltatrici, di strategicamente sostituire le Imposte di Consumo con la futura Imposta denominana I.C.O. riscossa dei Comuni per lo più in abbonamento e aperta al regime di appalto. Con l’I.C.O. nulla sarebbe cambiato rispetto alle precedenti possibili tangenti. Con apposite tabelle già predisposte, la contabilità I.C.O. si sarebbe poi potuta trasfomrmare in contabilità generale I.V.A. Era tutto già bene organizzato. Io penso che le cifre fatte risparmiare agli italiani encomiabilmente dall’On.le Antonio Di Pietro con “Mani Pulite” siano ben poca cosa rispetto alle cifre per tangenti che si sarebbero potute sperperare ricorrendo gli appalti dell’imposta Comunale denominata I.C.O. Tale imposta appaltabile non potè essere presa in considerazione nonostante la riunione dell’ A.N.C.I. a Viareggio avvenuta nella seconda metà del 1972, e cioè quando mons.Enrico Bartoletti, contro “I Mali di Roma”, era già stato chiamato a Roma quale Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana. Giorgio La Pira e Mons. Enrico Bartoletti andrebbero dunque per me fatti Santi: – sia perché, quasi paradossalmente, erano a favore del mantenimento della legge sul divorzio, e quindi AMANTI DELLA LIBERTA’ come Catone l’Uticense lo fu per la sua Marzia – Pur., I, 28-87 – (E’ possibile la santità senza la libertà ?); – sia perché della Pubblica Cosa e Amministrazione avevano lo stesso sacro rispetto che per Dante avevano nutrito Fabrizio, Curio Dentato, Muzio Scevola (Convivio, IV, V, 8-13). Giovangualberto Ceri. Scritto da Giovangualberto Ceri 05-09-2008 17:36 Giovangualberto Ceri. Scritto da Giovangualberto Ceri 05-09-2008 17:36 Sulla base delle lettere inviatemi da mo Il Bartoletti diceva che bisognava sempre dire la verità . A volte credo, per prudenza, lui la tacesse, come me. Ciò premesso, per il Bartoletti l’esito del referendum abrogativo della Legge sul divorzio (12/5/1974) non fu una sconfitta. Lui mi disse, in via della Conciliazione n. 1, che anzi si era attivato (Milano?) per far mantenere la legge sul divorzio e che Paolo VI, pur approvandolo in questa sua scelta, era invece stato titubante. Dopo l’esito, che per lui fu, in senso lato, una vittoria, mi disse che l’amicizia con Paolo VI si era ulteriormente rafforzata. Era da allora diventato veramente il suo alter ego e quindi già immaginato dal Pontefice come sue successore? Invidie? Dal 1974 Mons. Luciani era per me passato in sottordine. Il Bartoletti era contro “I MALI DI ROMA” ed era contro le tangenti che si nascondevano dietro gli appalti: a quei tempi specialmente sulle Imposte di Consumo (Dazio). Il Bartoletti nel 1972, avendo ancora davanti agli occhi la delibera del Prof. Giorgio La Pira contro gli appalti (Soc. Trezza S.p.A.), la 5/10/1964 n. 5555/710/C voluta anche dal compianto On. Nicola Pistelli e, soprattutto il suo temibile e pericolosissimo ricorso datato 16/1/1965, da me pubblicato insieme, ad una delle lettere iviatemi dal Bartoletti stesso e ad una fotografia con La Pira e il Bartoletti a braccietto sulla rivista “Sotto il velame di Torino” diretta da Renzo Guerci (n.VI – Settembre 2005 – Il leone verde edizioni – Torino – pp. 147 – 163) – credo riuscisse, in occasione della Riforma Tributaria 1/1/1973 a dare una mano ai partiti che dicevano una cosa ma poi, in pratica, finivano per farne un’altra. Se non ci fosse stato il Bartoletti, l’imposta sulla cessione di beni (IVA) sarebbe stata appaltata con la nuova imposta denominata I.C.O., come risulta anche dalla riunione dell’ANCI a Viareggio nella seconda metà del 1973. Le cifre fatte risparmiare dall’On.le Di Pietro credo siano ben poco rispetto a quelle che sarebbero state sperperate con l’appalto dell’I.C.O. Ma quanti pericoli comporta forzare la mano alla Democrazia Cristiana e a tutti i partiti dell’arco parlamentare per far loro mantenere le promesse fatte? Salutando Giovangualberto Ceri. Scritto da Giovangualberto Ceri Scritto da Giovangualberto Ceri 05-09-2008 17:36 Scrivi Copia il codice prima di inviare il commento:* [Indietro] “La Peste italiana” Ultimo numero di Quaderni Radicali Abbonamenti conferenza stampa presentazione di QR 103 (audio da radioradicale.it) vai al Sommario Arabidemocraticiliberali The chain murders of Iran Retroscena degli omicidi a catena in Iran di ANNA MAHJAR BARDUCCI Ultime notizie ________________________________________ Cerca nel sito | Home | Editoriali | Commenti | Interni | ESTERI | Cronaca | Stile libero | Interviste | Economia e finanza | Rubriche | Recensioni | Documenti | | Medicina e psichiatria | Medicina integrativa | Libri | Moratoria pena di morte | Documenti | Scienza e tecnologia | Rimandi | Video | Nuova Agenzia Radicale – Supplemento telematico quotidiano di Quaderni Radicali Direttore Giuseppe Rippa, Redattore Capo Antonio Marulo, Webmaster Ernesto Crocetti Iscr. e reg. 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