Allarme: difendiamo la Costituzione contro la “prostituzione” dello Stato

I Comitati Dossetti chiamano alla mobilitazione. Per affrontare la “calamità” del berlusconismo c’è bisogno della Resistenza non violenta del popolo. Una seria ‘protezione civile’ costruita dal basso. Dopo le minacce del governo e del ministro Brunetta, i cittadini si muovono: “Vigileremo sulle riforme, porteremo la Costituzione nelle scuole”. L’ultimo appuntamento c’è stato il 27 febbraio a Firenze

di Riccardo Lenzi

È giunta l’ora della Resistenza costituzionale. Mali estremi richiedono, innanzitutto, coerenza. Unico vero ‘rimedio’ all’attuale deriva italiana. La coerenza è il principale biglietto da visita dei Comitati Dossetti per la Costituzione che hanno rilanciato la propria azione, nominando un nuovo presidente: Raniero La Valle raccoglie il testimone del professor Valerio Onida chiamato alla presidenza dei costituzionalisti italiani. L’invito di La Valle alla “cittadinanza attiva” è di unire le forze “per determinare le scelte politiche le strategie più opportune nella lotta per la difesa della Costituzione”.

L’incontro è avvenuto a Bologna in una fase delicatissima ed inedita per la città, commissariata e avvilita.
Qui Giuseppe Dossetti inventò i Quartieri (a Roma li chiamano Municipi). Fosse ancora in vita, don Giuseppe non potrebbe indirizzare al sindaco una lettera in difesa della Costituzione, come fece sedici anni fa alla vigilia del 25 aprile, auspicando “la sollecita promozione, a tutti i livelli, dalle minime frazioni alle città, di comitati impegnati e organicamente collegati, per una difesa dei valori fondamentali espressi dalla nostra Costituzione: comitati che dovrebbero essere promossi non solo per riconfermare ideali e dottrine, ma anche per un’azione veramente fattiva e inventivamente graduale, che sperimenti tutti i mezzi possibili, non violenti, ma sempre più energici, rispetto allo scopo che l’emergenza attuale pone categoricamente a tutti gli uomini di coscienza”.

Parole di un uomo che, oggi, molti politici e non pochi editorialisti definirebbero “giustizialista”. A costoro questo coraggio non mancherebbe. Già nei primi anni novanta, sul Giornale del ‘piccolo fratello’, il liberale Nicola Matteucci aveva commentato il No di don Giuseppe alla guerra nel Golfo con parole decisamente poco rispettose. “Aveva taciuto trent’anni, poteva continuare” è il titolo dell’intervento contro Dossetti in risposta alla sua prima intervista rilasciata ad Amman al Corriere della Sera, dopo 35 anni di silenzio: “per giustificare la partecipazione di nostre forze aeronavali, si è fatto dire all’articolo 11 della Costituzione ciò che non corrisponde né alla lettera, né al suo spirito”. Passano vent’anni e non si risparmiano attacchi a vescovi, cardinali, direttori dell’Avvenire. Facile immaginarsi quale reazione provocherebbe oggi il monito di un umile monaco, già padre costituente. Chissà cosa si sarebbero inventati i pubblicitari di corte: Professorino di Monte Sole? Savonarola cattocomunista?

Non c’è che dire: i tempi sono cambiati. In peggio. Trent’anni fa era il 1980: scoppia la stazione di Bologna, inizia la repubblica mediatica. Generazioni cresciute davanti ai teleschermi. Cadono i tabù, si inizia a perdere la memoria. Povera Tina Anselmi, costretta a vedere Licio Gelli che racconta la (sua) storia d’Italia dagli studi televisivi di Odeon. Niente più aule di tribunale né commissioni d’inchiesta per il Maestro, poco venerabile ma fin troppo venerato. Ora può rivendicare orgogliosamente i propri successi e i propri brevetti: “Guardo il Paese, leggo i giornali e penso: ecco qua che tutto si realizza poco a poco, pezzo a pezzo. Forse sì, dovrei avere i diritti d’autore”. Si riferisce al Piano di rinascita democratica, documento programmatico della loggia massonica Propaganda 2, ormai tradotto in programma di governo.

Oggi, 2010, la sinistra-sinistra è fuori dal Parlamento. Eppure qualcosa si muove. Negli ultimi dieci anni, fortunatamente, non sono poche le occasioni in cui cittadine e cittadini volenterosi si sono impegnati, anche scendendo in piazza, per difendere la Carta dagli attacchi del Palazzo, di Berlusconi e della P2. Piazza San Giovanni: “La Costituzione è uguale per tutti”, slogan dei primi girotondi di Nanni Moretti. Era il 2002 e già allora si scendeva in piazza contro leggi ad personam (il famigerato “legittimo sospetto”, antenato del legittimo impedimento).

Il sospetto dei girotondini si dimostrò più che legittimo. A loro volta i partiti, tutti, cominciarono a manifestare crescente insofferenza per questi “giacobini da salotto”. Quattro anni dopo fu proprio grazie alla mobilitazione dell’associazionismo – un esempio: il comitato “Salviamo la Costituzione” presieduto da Oscar Luigi Scalfaro – se il popolo italiano bocciò, con il No al referendum, la controriforma dei quattro “saggi” di Lorenzago. Un No che restituì forza all’opposizione ma che, inizialmente, non vide i partiti del centrosinistra in prima fila: furono i lillipuziani auto-organizzati ad assumersi la responsabilità di guidare una battaglia non violenta per difendere la Legge delle leggi dalle grinfie del “gigante”.

Ma cosa vogliono questi soviet, riuniti nella sempre meno rossa Bologna? Quali azioni sovversive vanno tramando i “ cattocomunisti” La Valle, Onida, Ferrajoli (vicepresidente), Sandro Baldini (già medico di Dossetti, presidente locale di ‘Salviamola Costituzione’), l’avvocato Di Matteo, Maurizio Serofilli e don Giovanni Nicolini? “L’avvilimento del Parlamento, ormai formato da clientele cooptate e nominate dai partiti, precluso alle minoranze tradizionali e dominato da maggioranze schiaccianti attribuite per legge, ha permesso il precipitare della ‘governabilità‘ verso una sistematica decretazione d’urgenza, un esercizio del potere in deroga a vincoli e controlli, una moltiplicazione di ’stati d’eccezione’ lasciati alla decisione di un preteso sovrano, e la proliferazione di autorità “extra ordinem” che operano discrezionalmente e governano per mezzo di ordinanze, sottratte alle regole vigenti per tutte le altre fonti normative. Al di là della debolezza degli uomini, un sistema così arbitrario costituisce un naturale terreno di coltura di corruzione e di prostituzioni statali, oltre far cadere le difese contro l’invadenza della criminalità organizzata”.

C’è ancora chi resiste, dunque, in Italia. Ma non tutti sono eroi buoni. Anche i seguaci di Licio Gelli e del dio Po resistono, non desistono. La strategia è sempre quella: aggirare gli ostacoli che non si possono abbattere. Obiettivo finale un presidenzialismo senza contrappesi: trasformare la Repubblica parlamentare in egoarchia federale. Hanno imparato la lezione del 2006. Stavolta non vogliono rischiare il referendum (art.138, revisione della Costituzione: “Non si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti”). Per questo pretendono che l’opposizione condivida le “riforme”. Il rischio c’è: con un Parlamento nominato dalle segreterie dei partiti – grazie alla “porcata” elettorale, che tutti criticano ma nessuna maggioranza ha saputo cancellare – e una opinione pubblica manipolabile e manipolata, vale la pena tentare il colpaccio. Se non ora quando? Sarebbe il colpo di grazia, la spallata finale alla fragilissima democrazia italiana.

Fortunatamente in questa Italia esistono anche tanti non-eroi che, da anni, mettono a disposizione la loro energia e il loro ingegno per fare “pedagogia costituzionale”, investendo sul futuro. “La degenerazione populistica del sistema politico” – dicono i comitati – “ha interrotto la trasmissione dei valori costituzionali da una generazione all’altra, aprendo un grave problema tra i giovani, lasciati privi di orientamento, di memoria storica e di capacità di pensare il futuro”.

Insegnare la Costituzione ai giovani, ai bambini. Come fare? In Toscana c’è una signora simpatica, si chiama Anna Sarfatti. Fa l’insegnante in una scuola primaria. Cominciò a raccontare la Carta ai bambini inventando… filastrocche (il 1° maggio 2009 ne recitò qualcuna a Bologna, Piazza Grande, durante il “Sillabario della Costituzione”, spettacolo ideato da giovani cooperatori ed ex partigiani ed organizzato insieme a sindacati e associazioni). Di recente, insieme a Gherardo Colombo, ha scritto “La Costituzione attraverso le domande dei bambini”: idea semplice, risultati straordinari. Prima di pensare a cosa insegnare ai nostri figli, mettiamoci in ascolto. Cosa rispondiamo ad un bambino che ci guarda e ci chiede: “I grandi non ci ascoltano, non gli interessa quello che pensiamo. E poi non possiamo votare. Siamo cittadini meno importanti?”. I toscani, si sa, hanno fantasia. Nel 2006 partì da lì la Carovana della Costituzione: mobilitazione che avrebbe toccato “città grandi e piccole, secondo un calendario di appuntamenti settimanali. Con un stile di intervento capace di toccare tutti i registri, dal dibattito scientifico alla festa popolare, si dovrà illustrare l’impianto fondativo della Carta, le sue intenzioni in parte inattuate, il suo carattere progettuale”.

30 gennaio 2010: in tutta Italia si svolgono sit-in in difesa della Costituzione. L’idea e l’organizzazione sono del Popolo Viola; la partecipazione è aperta a tutti, escluso chi intendesse mettere cappelli partitici. È stata una occasione di incontro e di vicinanza tra generazioni che raramente riescono a comunicare: in molte città accanto all’onda viola c’erano partigiani, costituzionalisti, giornalisti, artisti. E tanti adulti “normali”. Donne e uomini consapevoli, che non si lasciano spaventare dall’irruenza dei nuovi movimenti, anzi: di questi tempi tutto ciò che si muove controcorrente è linfa vitale per costruire, insieme, la riscossa costituzionale.

Non sarà facile. In questi anni di telecrazia è cresciuta la sfiducia nelle istituzioni e nei partiti. La diffidenza reciproca è parte integrante del progetto piduista: allentare legami, seminare insicurezza. Tra i vicini di casa come tra i sindacati. La crisi economica, intanto, rischia di alimentare l’individualismo consumistico. Eppure, paradossalmente, c’è bisogno di tutti e di ciascuno per uscire dal pantano (in)civile della cosiddetta post-modernità. Quale spinta di autoconservazione prenderà il sopravvento? La legge del più forte o la cooperazione tra eguali? L’impotenza di Copenaghen o la speranza nella “green economy”? Il futuro prossimo ci darà risposte. Una parte di queste risposte dipende dalle domande che ci poniamo, qui ed oggi. Lo stato di necessità farà risorgere lo spirito mutualistico dei probi pionieri di Rochdale (articolo 45)? Saremo disposti a spezzare il nostro pane e condividerlo con quello del vicino – o del diverso – in una comunione laica? O pensiamo ancora di potere salvare noi stessi, a prescindere dagli “altri”? Poche settimane prima del referendum del 2006, il compianto Pietro Scoppola si poneva e ci poneva un’altra domanda: “Quanto è profondo e solido il radicamento della nostra Costituzione nella storia del Paese e nel vissuto degli italiani?”.

Il prossimo 27 febbraio Comitati, ANPI, Popolo Viola e singoli cittadini si ritroveranno a Firenze, tutti insieme, per definire “un programma di lavoro comune o, quanto meno, coordinato”. Una speranza nel buio. Lo spirito di una auspicabile mobilitazione congiunta può essere racchiuso nelle ultime parole che Dossetti scrisse nella sua lettera al sindaco Vitali, e ai suoi concittadini, il 15 aprile 1994: “Si tratta di impedire a una maggioranza che non ha ricevuto alcun mandato al riguardo, di mutare la nostra Costituzione: si arrogherebbe un compito che solo una nuova Assemblea Costituente, programmaticamente eletta per questo, e a sistema proporzionale, potrebbe assolvere come veramente rappresentativa di tutto il nostro popolo. Altrimenti sarebbe un autentico colpo di stato”. Parole chiare, semplici. Le capirebbe anche un bambino.

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