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Una Risposta

  1. Gent. Raniero La Valle,

    Le vorrei inviare questa mia riflessione sulla situazione attuale della Costituzione nel nostro Paese

    MODIFICA COSTITUZIONALE O REVISIONE COSTITUZIONALE? QUANDO LA FORMA E’ SOSTANZA
    Il dibattito interminabile sulle “riforme ineludibili”, croce e delizia dei politici ormai da un paio di decenni ,suggerisce una domanda elementare da rivolgere a tutti i soggetti politici e istituzionali competenti in materia: si può davvero “modificare” la nostra Costituzione? Perché i padri costituenti non hanno parlato di modifiche , ma di revisioni? Appare più che ovvio oggi parlare di modifiche costituzionali, dopo che a questo ci ha assuefatto un decennio di tentativi “costituenti” o “ri-costituenti”, sia pur miseramente falliti. Il fatto è che non ci siamo accorti dello scivolamento semantico che ci ha portato a considerare identici i significati dei due termini, modifica e revisione. Basta però consultare un buon vocabolario per accorgersi che una revisione può certo comportare una modifica, mentre non ogni modifica può considerarsi frutto di una revisione. Mentre MODIFICA è una parziale trasformazione introdotta allo scopo di migliorare l’efficienza o la funzionalità ( la “modernizzazione dello Stato” ad esempio), REVISIONE è invece un esame o un controllo, per lo più periodico, inteso a verificare il grado dell’efficienza, della funzionalità, della corrispondenza a determinati requisiti, in quanto ciò può implicare apporto di modifiche o di correzioni. Il potere di “revisione costituzionale ” è dunque un potere continuamente attivabile, essenziale per far vivere il testo fondante e lo spirito originario della repubblica, cui ogni cittadino e, a maggior ragione, ogni potere dello Stato deve essere fedele, ma non è il potere di “cambiare” la Costituzione. E’ qualcosa di simile all’ EMENDAMENTO, tipico della Costituzione americana, che viene “modificata” senza togliere mai nulla al testo, senza diminuire alcuno dei diritti, ma aggiungendo sempre clausole nuove. Emendare significa infatti “liberare da imperfezioni, errori o difetti, mediante modifiche o correzioni”.
    L’ esito di una “revisione” non può perciò che esser radicalmente diverso da quello di una modifica. Qui la forma diviene veramente anche sostanza. Il potere di “revisione” implica infatti il ritorno ai principi fondanti, impliciti ed espliciti, del testo costituzionale, ad esempio può implicare gli adeguamenti necessari per eliminare il cancro delle caste e delle oligarchie, può implicare l’introduzione di vincoli costituzionali che consentano di fare pulizia senza ricorrere alla magistratura, incentivando regole che incentivino la fedeltà all’istituzione e non alle lobbies ( dalle norme sulle ineleggibilità e contro le proroghe illimitate dei poteri, fino alle leggi elettorali, che formalmente non sarebbero leggi costituzionali) . Una semplice “modifica” – legittimata magari dalla volontà di “modernizzare” o anche di “ringiovanire” l’apparato statale- provocherebbe al di là anche delle buone intenzioni, una destrutturazione dell’unità e dell’equilibrio originari dell’architettura costituzionale, che non è una somma di articoli, ma un testo unitario in cui non solo gli aggettivi, le virgole e gli spazi bianchi hanno un loro senso preciso, ma in cui un articolo si intreccia e si collega con altri, magari appartenenti a una sezione distinta. La destrutturazione che le proposte attuali sembrano configurare apre la prospettiva di un indebolimento delle istituzioni di garanzia e la loro trasformazione in istituzioni di parte, anche se a prima vista di “tutte “ le parti politiche, di tutti i partiti, in prevalenza di quelli , volta per volta, al governo. Sarebbe questo, nel caso migliore, un liberalismo autoritario e statocentrico, che produce una concezione affievolita della separazione dei poteri, simile a quello che caratterizzò l’ Italia all’indomani della sua unificazione. L’esatto opposto di un vero presidenzialismo all’americana.
    Per andare verso una revisione costituzionale, bisognerebbe invece cambiare l’agenda politica e rovesciare il contenuto e la priorità delle riforme costituzionali. Bisognerebbe spostare l’attenzione dal bisogno fittizio del rafforzamento dei poteri monocratici del premier o del presidente – modellati oggi sul potere emergenziale della protezione civile, esempio di potere non responsabile- al bisogno vero di meccanismi istituzionali adeguati per garantire il rinnovamento delle élites dirigenti- contro le caste e le oligarchie consolidate- per garantire i diritti di libertà e di informazione di tutti, per garantire l’imparzialità della pubblica amministrazione, il funzionamento migliore del sistema giudiziario e per produrre nel Parlamento maggioranze capaci di elaborare un indirizzo politico coerente e rispondente ai bisogni profondi della nazione. Non è il potere, sono le idee nuove quello che manca e le regole funzionali per garantire insieme la democrazia e la legalità. Sarebbero necessarie regole funzionali a produrre maggioranze non cooptate attraverso le napoleoniche “liste di fiducia” e in grado di “vincere e convincere”, cioè capaci di persuadere il paese democraticamente attraverso il confronto pubblico delle idee e capaci anche di frenare e modificare le decisioni dell’esecutivo ( come fa normalmente, in un sistema presidenziale, il Congresso americano verso le decisioni di Obama, anche quando la maggioranza è del partito del presidente). L’ agenda di riforme necessaria non è quella che serve per rispondere alle emergenze ( che nessuno può ritenere siano una condizione ordinaria dell’ Italia), ma quella necessaria per liberare- attraverso i tagli e la redistribuzione della spesa pubblica- le risorse finanziarie aggiuntive necessarie nei pochi settori strategici per affrontare la crisi globale ( la formazione, la new economy, la riconversione economica, la correttezza e l’efficienza dei pubblici apparati, la redistribuzione del carico fiscale). Tra l’altro, solo se ci si confronta con la realtà effettiva si avverte davvero l’esigenza inderogabile della moralità, della legalità, del riconoscimento del merito, del rispetto delle regole e quindi anche della Costituzione. Devono però cambiare le parole della politica. Le parole contano più delle immagini. Lo ha capito, credo, anche chi governa l’ Italia. E in fin dei conti, come ha scritto Saviano, solo le parole, non le immagini, che possono cambiare il mondo. Con le parole si può fermare la discesa verso la “Costituzione ad personam” ed il ritorno all’ Italia delle Signorie e dei Principati, che fu dominata dai tanti piccoli Chavez , che furono la causa prima del lungo declino da cui il paese uscì solo col suo Risorgimento. Bisogna cominciare ad usare il linguaggio semplice e diretto di chi ricerca la verità. Cominciando col dire con chiarezza se si vuole una revisione o una modifica.

    Umberto Baldocchi
    Lucca

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